“Fanciullezza a Montefumo” di Antonio Calitri

Fanciullezza a Montefumo


Prefazione:
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Fanciullezza a Montefumo, Il libro di un intellettuale italoamericano, originario di Panni, Antonio Calitri, pubblicato per la prima volta nel 1950 dall’editore Gastaldi di Milano, ripercorre l’infanzia del poeta di Panni, emigrato negli Stati Uniti e scomparso nel 1954. ripercorre «le vicende di un mondo incantato, il mondo dell’infanzia dell’autore racchiuso nella dimensione favolosa di un piccolo eden paesano ancora incontaminato. A dispetto della sua ambizione, italiana e “antica”, proprio Fanciulezza a Montefumo si può considerare in una certa misura il più italoamericano tra i libri di Calitri.
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< Fanciullezza a Montefumo cap1>
di Antonio Calitri
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MONTEFUMO

Montefumo si attaccò, con un ciuffo di case, al dente più alto della cresta di un colle, che guarda il mare a levante, l’Appennino a ponente. Quel ciuffo si allargò e stese su tre quarti della cresta spianata a mezzogiorno, e divenne una vera terrazza ovale di contadini e pastori, devoti al Dio Pane.
I Terrazzani piantarono il loro castello, di cui resta un’ala massiccia e nera, al nord, sull’ultimo dente della cresta rocciosa che, nuda, piega, scende e precipita nella più angusta gola del Cervaro.
La Terrazza, chiusa dai muri delle case attorno, aveva una portella al nord est, sopra un precipizio, Ripa di Sario, ed al sud una porta, con la torretta a fianco, sul pendio dove il paese crescendo, scese a toccare il Piano, a pie’ del soprastante Monte Calvario. La portella, sfondata, diè luogo ad un vicoletto che conduce alla via esterna, balcone orientale della Terrazza; la porta e la torretta, demolite, i Terrazzani aprirono le tre vie principali: il Corso, nel mezzo; la Brecciara, a sinistra; i Fossi, a destra, che scendono, convergenti come stecche di ventaglio al largo dell’entrata.
Per me, ragazzo, Montefumo era il più bel paese del mondo, diviso in quattro sezioni: Terrazza, Brecciara, Fossi e Cupone.
La Terrazza, con due chiese agli angoli della lunga piazza, con mezza dozzina di preti, tre medici, due farmacisti, un notaio, due guardie municipali, quattro carabinieri, due botteghe da caffè, un fondaco, tre o quattro palazzotti di signori e di usurai dava lustro ed aria di nobiltà anche ai mestieranti, contadini, spazzini e pezzenti.
La Brecciara era una strada petrosa, con case massicce, sforacchiata da ambo i lati da vicoletti aperti e ciechi, ballatoi anarchici e insenature tortuose. L’abitavano proprietari agricoltori con cavalli, muli, porci, galline, cassoni pieni di grani e biade, anfore d’olio e botti di vino, solai colmi di provoloni, caci conserve e frutta, che temperavano alquanto il puzzo delle stalle e dei porcili.
I Fossi, dove restava ancora qualche segno di pozze e canali, con file graduate di casette a due piani, erano il quartiere nuovo, abitato da pastori, artigiani e contadini con un certo senso d’igiene e di decenza.
Il Cupone, la parte estrema del paese, era un mucchio di case attaccate e staccate attorno a stradette, vicoli ciottolosi, sotto la Brecciara, abitate da gente rozza, né povera né ricca laboriosa e quieta, che saliva alla terrazza soltanto la domenica e nei giorni di feste solenni.

In seguito pubblicheremo altri capi

< Fanciullezza a Montefumo cap 2>
CASA MIA

Io nacqui in alto, sotto la Terrazza, al primo vicoletto che va dalla Brecciara al Corso, in una casetta bianca tra un palazzotto ed un mulino a secco. Mio padre, conducendomi per mano, diceva: “Quella è la casa dove tu sei nato”. Una porta verde in un muro bianco, sopra quattro scale esterne, di fronte ad una insenatura rocciosa, a guisa di antro. Non mi piacque, no!
Mia madre, in quella casa aveva perduto due figli i primi che io avrei voluto vivi fratelli, per amarli ed essere amato da loro.
Quella casa mio padre la dovette vendere, per pagare le spese di corte e per togliersi la tentazione di accoppare un vicino che, da una finestra, arbitrariamente aperta sul tetto, gettava immondizie. All’imbocco dell’insenatura, un uomo fu trovato ucciso, e quell’uomo, sepolto senza benedizione, si andava a sedere la notte sulle scale della casa dove io ero nato. Tremavo a pensarci, quando dovevo attraversare quel vicoletto all’oscuro per andare al botteghino del Corso a comprare il sale per la mamma ed il tabacco per mio padre.
Passando di là, trovavo seduto sulle scale della mala casa il nano, Francesco Vanni, con un testone enorme, la bocca larga, il naso grosso che si muoveva su e giù. Quel disgraziato, appena mi vedeva, starnutiva e si dava a trampolare con mani e piedi, come una scimmia e, poi, rotolando, minacciava di cadermi addosso, mentre gracchiava: “Aspetta che ti voglio tagliare…!”.
Non c’era altra via per andare dal tabaccaio e dal pizzicagnolo a fare le spese e così, la sera dovevo vincere la paura dello spettro dell’ucciso; il giorno dovevo sfuggire dal nano per evitare la castratura. Lo spettro non si fece vedere, ed io presto mi rassicurai; ma il nano continuava a tormentarmi. Che snervante e abbietta afflizione è la paura! Non ne potevo più e decisi di affrontare il nemico.
Un pomeriggio, mentre egli sgrignava per farmi fuggire,
mi gli gettai addosso, con una pazza furia di pugni e calci.
“Basta ora; basta!”. Il nano non reagiva; se le prendeva ridendo. “Basta! Bravo Plinio il coraggio ce l’hai; così ti voglio; siamo amici”.
Diventammo amici davvero; eravamo amici anche quando io mi feci uomo.

< Fanciullezza a Montefumo cap 3>

BARTOLO L’ANGELO E’ VENUTO A VISITARCI

Fuori buio umido e freddo; dentro, la lampada accesa sulla cornice della cappa del camino crepita, palpita e fa danzare le ombre per tutta la casa. In fondo al focolare una bella fiamma iridescente schizza doro e rubino il volto della giovine madre che siede, con i piedi poggiati al gradino del focolare.
La madre suona con la bocca e fa saltare sopra le ginocchia la sua pupattole in fasce e, di tanto in tanto, parla del ragazzetto che a destra del focolare, con una manina si tocca la guancia infocata, e con l’altra batte sul trespolo un cucchiaio di zinco.
“Dov’è ora il babbo?”.
“È per via, che viene”.
“È lontano assai?”.
“Non è lontano, è vicino”.
Parte della cena brontola nel caldaino appeso alto alla catena. La tavola è apparecchiata in mezzo allo stanzone, il cui soffitto è coperto da un’ondeggiante nuvola di fumo.
La pupattola si diverte, ridacchiando ad ogni salto sulle ginocchia della mamma, che sorride ed abbassa gli occhi per rispondere al piccolo impaziente:
“Te l’ho detto che sta per venire”.
“Quando?”.
“Tra poco; subito”.
“Verrà a cavallo?”.
“Sì, a cavallo”.
Il ragazzetto piega la testa e sfoga l’ansia dell’attesa battendo forte il cucchiaio sulla pietra del focolare.
Il babbo sarebbe entrato a cavallo, sotto la nuvola di fumo, ed egli si sarebbe slanciato verso di lui gridando: “Babbo”! e correndo ad abbracciare la gamba del cavallo. Poi, con le mani in alto, il babbo l’avrebbe tirato su, baciato, seduto sulla criniera, sorreggendolo, mentre smontava, sul cavallo e portandolo così, con le mani impigliate nei crini, alla stalla, pel corridoio oscuro. Come tarda a venire!
Ode un colpetto alla porta socchiusa. Oh! il cucchiaio gli resta sospeso a mezz’aria, mentre egli guarda ed interroga la mamma con gli occhi ed il cuore ansiosi.
La madre si fa seria, tace, guardando verso la porta.
S’ode un altro colpetto più sonoro. “Chi è?”.
La carità, per amor di Dio!” sospira una vocina di pianto.
“Vieni! entra!”.
La porta si apre e dietro la cassapanca, che fa paravento al focolare, s’avanza un leggero zampettìo di piedi nudi.
“Avanti! vieni!”.
Un ragazzo di circa sei anni, mezzo nudo e magro, con la bocca tremante, aggrinzita dal freddo, i capelli bagnati e i piedi infangati si appressa al focolare e stende la mano: “Per amor di Dio, zia!”.
Il bel volto della madre avvampa. Essa si alza impulsivamente, posa la bambina nella culla accosta al muro interno; torna, solleva il poverello sul gradino del focolare e lo fa sedere sul panchetto, coi piedi chiazzati di fango verso il fuoco.
Il ragazzo tremava tutto, battendo i denti, due dei quali molto grossi, separati da una gran fessura, erano sempre in vista, bianchissimi, ed attiravano irresistibilmente gli occhi del più piccolo a destra del focolare.
“Povero figliuolo! Povero figliuolo!” diceva, sospirando sotto voce, la giovine madre e, con uno straccio bagnato che riscaldava al fuoco, gli lavava la faccia, le mani, le gambe e i piedi. Quindi traeva dalla madia un piatto pieno e lo metteva sopra la sedia. “Mangia, figliuolo, mangia! Non ti muovere, Plinio!”, Plinio la seguiva con gli occhi la sua mamma che, entrata nella camera da letto, ne usciva con un pezzo di stoffa. La vedeva tagliare, cucire, rapidamente quella stoffa, con occhi tra riso e pianto.
Com’era bella e sollecita!
Quando il poverello fu satollo, gl’infilò un vestitino scuro, lo calzò, gli legò un paio di scarponi neri ai piedi e, messo in un fazzoletto del pane ed altre cose, glielo appese al braccio e “va” gli disse “vai diritto a casa, figliuolo! Come ti chiami?”. “Bartolo”.
L’accompagnò fino alla soglia e, tornata al focolare “Plinio, figlio mio!” sospirò prendendoselo nelle braccia, baciandolo e ribaciandolo, con lagrime calde, “Figlio mio!”.
Quando lo posò sul gradino del focolare, Plinio aveva paura, non poteva parlare; guardava la mamma e non la vedeva più.
Gli si erano annebbiati gli occhi ed in cuore sospirava il babbo: “E non viene ancora!”.
Entrò finalmente, con grande strepito, a cavallo. Che balzo!
Che corsa! Si trovò in alto sulla criniera del cavallo; portato nella stalla, riportato in braccio al padre che, baciando la mamma, disse subito, forte: “Che cos’è? Che cosa è stato?”.
“Oh, niente. Guido, niente!” e traendolo col figlio in
braccio verso la culla, aggiunse: “Proprio niente. L’angelo è venuto a visitarci”. E disse del poverello Bartolo.

< Fanciullezza a Montefumo cap 4>

STANISLAO E BAIONE

Dirimpetto a casa mia abitava Stanislao, il vetturale, alto, smilzo, allegro, pieno di facezie, che mi faceva credere le cose più strane e se la rideva, guardandomi impuntato e perplesso.
Stanislao aveva una nidiata di bambine coperte di stracci e due ragazzi grandi, con pantaloni larghi e giacchettoni lunghi. Tutti insieme, femminelle e ragazzoni, parevano pollastrelle e galletti inzuppati attorno alla madre Rita, logore le vesti e la faccia di vecchia aggrinzita.
Rita era buona e mi voleva bene. Quando mi scorgeva barcollando presso la soglia, mandava subito le figliolette a prendermi; e quelle mi portavano dentro di peso, mi facevano girare attorno, mi palleggiavano come un pupattole e ridevano con gli occhi lucidi ed appuntati. Poveri occhietti! Quando Rita accatastava sulla pietra del focolare paglia e tutoli per ravvivare il fuoco, affumicati, piangevano.
A brace fatta, i tutoli parevano fusi di ferro rovente, il fumo si alzava sull’arco della porta e se ne usciva per la finestrella; e Rita cominciava a girare sul fuoco un vaglio pieno di granturco, i cui grani crepitavano, schioppettando, saltavano in aria aperti da bollicine bianche. Erano saporiti; colti al balzo; scovati nella cenere. Le gallinelle si muovevano sollecite, qua e la, mettevano i ditini anche nel vaglio arroventato, prendevano gli acini scoppiati e sgranocchiavano continuamente.
Ora, pensandoci, mi meraviglio che i bambini abbiano tanta capacità di intendimento, e cominciò a fantasticare: “Se fossi nato in alto, in uno dei grandi palazzi di città, e non avessi visto che balie, culle e carrozzelle dorate e quelle cose fra le quali sono cresciuti i cosiddetti signorini; se fossi stato uno dei bambocci portati a spasso, ravvolti e imbacuccati in lane e sete, avrei gioito tanto quanto gioivo attorno a quel fuoco di tutoli fumanti con la paglia?
Se la mamma usciva, le figliolette mi venivano a prendere, ed in quell’antro fumoso erano gioia i salti e i capitomboli, i giri e rigiri attorno ad un trespolo, le cavalcate sulla canna bucata che serviva da soffione, i salti dalle sedie e dai sacchi, le risate, gli strilli.
Eravamo a tale giuoco, una volta, e Stanislao entra in casa gettando un’aspra parola che ci parve bestemmia e ci cacciò spauriti in un angolo oscuro. L’aveva col mulo rossigno, non con noi, ma ci fece paura lo stesso; e lì nascosti stemmo zitti, tutt’occhi a guardare. Il mulo non voleva entrare in casa. Stanislao lo tirava per la cavezza a due mani. “Baione, vieni!Vieni, diavolo rosso!”. E con un piede puntato al gradino interno della soglia, tirava e tirava.
La mala bestia s’era impuntata, con gli zoccoli al taglio della pietra del limitare e la testa nell’arco della porta, si manteneva rigida, ostinata e sorda, torcendo gli occhiacci che dicevano: “Stasera non la vincerai!”.
Il pover’uomo si guardò d’attorno, stese la mano alla mazza della scopa ed avventò un colpo. Troppo alto; colpì l’arco della porta e ruppe la mazza. Il mulo ammiccò due o tre volte e rimase fermo e duro. Il colpo fallito irritò ancora di più Stanislao che, riattaccata la mano alla cavezza, si diede a strappare rabbiosamente. Tira e strappa, la fune si spezzò, ed egli venne a cadere quasi vicino a noi. Il mulo alzò le orecchie all’arco dell’uscio e non si mosse.
“Alzati! Levati davanti! Accorto ai piccoli!” gridò mio padre dalla strada; e giù due gran botte sulla groppa del mulo.
Il mulo si contrasse sulle gambe di dietro, si accosciò e, socchiudendo gli occhi, si precipitò dentro, correndo diritto alla stalla in fondo all’angolo più oscuro della casa. Mio padre entrò ridendo, con una grossa clava in mano. Stanislao, tutto sconvolto, gli corse incontro e “dammi quella mazza, Guido, per tutti i santi, lo voglio uccidere, prima che faccia crepare me. Lo voglio finire una buona volta!”.
“Via, lascia stare! Ti sei fatto male?”.
“No, ma non può finir mai bene con quella mala bestia”.
Io ero corso alle ginocchia di mio padre, che mi levò in alto mentre diceva al vicino: “Siedi; me lo vuoi vendere?”.
“Venderlo! E come farei a guadagnarmi il pane? Baione
vale, vale quanto pesa; è forte, non è cattivo, è capriccioso
come una donna, sventato. Me ne ha fatta una oggi! Se non ho perduto la testa oggi non la perderò mai più. Senti!”.
La sentii allora; l’ho sentita altre volte.
Quella mattina, Baione, strigliato e bardato era uscito appresso a Stanislao sbruffando di piacere, sospingendolo col muso dietro le spalle, fino alla locanda, dove un ingegnere aspettava di essere portato a vettura ad Accadia. Legate le valige, una a sinistra e l’altra a destra del basto, l’ingegnere monta Baione, quieto come un agnello. S’avviano. Stanislao tira il mulo a briglia in discesa, fino al Piano. L’ingegnere ch’era un cavallerizzo, vedendo la bestia docile e mansueta, “dammi le briglie!” disse a Stanislao. “Il mulo si comporta meglio di un cavallo trenato”.
Per il tratturo della montagna andò diritto e sollecito, senza inciampi. Arrivarono ad Accadia prima di mezzogiorno. L’ingegnere entrò a cavallo nel cortile del suo palazzo e stava per smontare, quando buum!, scoppia una botta; pistola, mortaretto, cannoncino, non so. Allo scoppio Baione s’impenna, da cogli zoccoli ferrati sul primo gradino della scalinata, e via, per venti gradini, salta fino al corridoio e si mette a trottare.
La moglie e le figlie dell’ingegnere gettano grida di spavento al pensiero di vedere l’ingegnere sfracellato. Arriva al corridoio, corre ad afferrare le briglia e comincia, fremendo, a strapparle.
“Calmati!” gli dice l’ingegnere pallido, mentre liscia il collo del mulo con la sinistra. “Mi è venuta buona! Chi poteva pensare! No, non strapazzarlo così! Zitto! Dagli un po’ di pane; cerca di disporlo con le buone a scendere!”.
Tre ore di grande pazienza per indurlo a scendere non valsero a niente. Carezze, pane, zucchero, acqua e vino non lo persuasero. Baione calava la testa sulla scalinata e rinculava, tremando.
L’ingegnere che consigliava ed aiutava si impazientì anche lui. “Chiudete il portone e tenetevi da parte!”. Ed a Stanislao: “Lasciagli le briglie sul collo, ma tienilo fermo fino a che io torno”.
Entrò in una stanza e tornò subito con una pistola.
“Lascialo!”. Buum!
Il mulo si gettò per le scale e corse a fermarsi davanti al portone del palazzo.

< Fanciullezza a Montefumo cap 5>

I MIEI PRIMI COMPAGNI, RAFFAELLO

Il mio primo compagno si chiamava Raffaello: un bel visino paffuto e bianco come di cera. In chiesa mi è parso sempre di vederlo tra i puttini di marmo che reggono la mensola dell’altare maggiore.
Morì a cinque anni. Era figliuolo del segretario comunale, un omone che, nelle ore allegre, cantava a gran voce:
“Milano, Milano
che bella città:
si mangia, si beve,
contento si sta”.
E, nelle ore agitate, mugghiava come un toro, contro la moglie e i parenti della moglie, sempre livida ed aspra.
Ogni giorno Raffaello scendeva dal soprano a giocare con me, o io salivo a giocare con lui in casa sua, sul pianerottolo e sulle scale. Una sera scendemmo fino al Piano a rincorrere la cavalla di una nostra vicina, per farla ritornare dal pascolo.
Il giorno appresso Raffaello non scese, e mia madre non volle che io salissi da lui. “C’è un morbo che afferra i piccoli alla gola e li soffoca a morte. Se Raffaello guarisce, scenderà lui da te”.
Tre giorni l’attesi; non venne. Mia madre non mi faceva
allontanare un passo dalla sua gonna. Come riuscissi ad evadere non so; salii le scale, entrai, non visto, fino alla camera dove erano in piedi tre o quattro donne.
Raffaello era adagiato sui cuscini del letto grande; pallido rantolava con gli occhi chiusi. Sua madre lacrimava guardandolo in silenzio. Il padre si affacciò all’uscio, guardò con gli occhi rossi sul letto, e si ritirò sbruffando forte. Le donne pispigliavano consigli acqua d’orzo, miele, pera.
Quando la signora madre si accorse di me, aveva in mano un pezzetto di pera, che aveva tentato di far succhiare a Raffaello. Fece un gesto strano, che io non capii, e, mi porse il pezzetto di pera. No, no! Feci col capo; ed essa: “Mangiala è buona”. “No!” “Mangiala!” “Obbedii; la mangiai; era buona.
Mia madre mi cercava e, vedendomi scendere la scalinata, mi corse incontro, furiosa, con i pugni in testa. “Povera me! Dove sei stato? Ah, povera me! come devo fare?”.
Io la guardavo stupito, ed essa, strappandosi i capelli, volle saper tutto: com’ero uscito, com’ero salito, com’ero entrato, che avevo visto, che avevo fatto. Quando si arrivò alla pera che la signora mi aveva data, divenne una furia, piangeva e gettava parole grosse all’aria. “Ah, la maledetta! La strozzo, se… Oh zitto; non dire nulla a tuo padre! Nulla!”.
Non vidi più il povero Raffaello; il male lo uccise. Molti altri bambini se ne andarono; io la pera la digerii bene.

< Fanciullezza a Montefumo cap 6>

VITO RECI

Vito era corto e tarchiato, viso tondo e rosso rosso come una mela, capelli ispidi e neri, occhietti pieni di fuoco, assaltava a pugni ed a calci tutto un cerchio di ragazzi, quando se lo mettevano in mezzo e, girando attorno, canticchiavano
“Vito Reci, Reci,
conta fino a dieci!”.
Era figlio di un cugino di mia madre, che abitava nella casa accanto alla nostra. Dicevano che avesse il filo alla lingua Balbutiva un poco e diceva reci, invece di dieci.
Quando eravamo soli e buoni, fingendo di volergli correggere quel difetto, mi divertivo a farlo contare. “Vito, conta fino a dieci!” E Vito: “uno, due, tre,… nove, reci”.
“No; dieci devi dire”.
“Sì, reci”.
Dieci e reci, reci e dieci, rideva con me anche lui. E poi: “Non posso; c’è il filo, il filo alla lingua. Eccolo, vedi?”. Con la bocca aperta, levava la lingua in su e col dito puntava ad un filo azzurrognolo: “Lo vedi? Me lo toglieranno, se non si spezza da se, come dice mia madre, ed allora… reci, reci!”.
“Dieci, dieci”, e ridevano di nuovo.
Vito fu il secondo mio compagno, ora buono, ora cattivo. Ci bisticciavamo sempre, tutti i giorni. Eppure, con pugni, graffi e calci, quando era finita quella stizza, ci volevamo bene e ci divertivamo insieme. Se io ero imbronciato, Vito mi attirava a se, mostrandomi una pistoletta lunga un dito, che egli teneva nascosta sotto il saccone del suo tettuccio. Diceva di averla vista esplodere da suo zio, che, puntandola con la sinistra, aveva battuto forte con una pietra sul cilindro arrugginito.
Noi, così com’era, andavamo a caccia lo stesso, e tiravamo ai passerotti cinguettanti sui tetti ed affacciati ai buchi nei muri.
Puntavamo l’arma e buum! buum! buum! gridavamo a squarciagola. E quegli uccelletti stupidi non la capivano affatto, continuavano a cantare sui tetti e affacciati ai buchi, finché noi, rauchi dalle strida e irritati, non davamo di piglio ai ciottoli della Brecciara.
E così fu che un giorno di caccia, rompemmo i vetri della finestra del segretario comunale.
“Briganti! assassini! vi faccio arrestare. Chi è stato? Chi è? Dove sono?”.
Corremmo a nasconderei nell’insenatura del vicolo più vicino, e lì, la gran voce del segretario ci arrivava come un tuono che ci faceva tremare. “Briganti!”.
“Tu sei stato” incominciò Vito, con gli occhi gelati dalla paura. “No; sei stato tu” rispondevo io, negando il fatto che m’irritava. Tu, e tu e tu, cominciò il giuoco degli spintoni, dei pugni e graffi, strette e lotte, finché il povero Reci non si decise a scappare con la sua pistola in mano.
La sera, mentre sedevo quieto quieto al focolare, ecco la madre di Vito e Vito stesso, tenuto forte per mano. Vedi Carlina, come me l’ha fatto quel brigantaccio del tuo Plinio!” E scostò con violenza la mano con la quale Vito si copriva la faccia.
“Vedi un po’: fronte, occhi, faccia!” Vito nascose la faccia tra le pieghe della gonna di sua madre, e, tempestando coi piedi e strappando la mano, riuscì a scappare.
“Plinio, che hai fatto?”.
“Niente”. E sollevai la testa che avevo piegata per non farla vedere.
“Niente! Sgraffi, lividure, sangue! niente? Poveri voi! Siete cugini, fratelli! Che vergogna!”.
La madre di Vito mi guardava con la bocca aperta, non disse più niente; se ne andò senza dire buona sera. Mia madre mi lavò la faccia, borbottando parole smozzicate che io non capivo. Poi, ricominciò a sgridarmi che non la finiva mai, fintanto che mi addormentai sul seggiolino del focolare.
La mattina appresso Vito, guardandomi, si mise a ridere, ed io: “Vai a prendere la pistola”.

< Fanciullezza a Montefumo cap 7>

SPETTRI FANTASMI E STREGHE

In un pomeriggio afoso d’estate, un donnone pallido, affannato e senza voce venne a gettarsi sulla sedia accanto alla porta di casa mia. Mia madre corse preoccupata a sorreggerla ed aiutarla per non farla cadere. “Angela, comare mia, che hai? Che è stato?”.
Il donnone non poteva raccogliere la voce; stendeva la mano destra verso il tetto di una casa bassa.
“Là? sì; cos’è? Cos’è stato?”.
“L’ho vista, l’ho vista camminare sul tetto; voleva parlarmi e sono fuggita”.
“Chi era? Che cosa voleva?”.
“Donna Irene viva, viva sul tetto, voleva parlarmi”.
Mia madre si fece pallida e sospirò: “Dunque è vero! l’hanno vista anche prima. Su, su, Angela, gli spiriti, dopo tutto non possono far male”.
Non so che altro dissero tra loro la mia mamma e quel donnone spaurito; io, piccolo com’ero, proprio non credevo che Donna Irene morta, sepolta, andasse a passeggiare sopra i tetti.

< Fanciullezza a Montefumo cap 8>

IL PICCHIO

Vicino a casa nostra abitava zia Anna, la vecchia levatrice, una donnetta tutta rughe, asprigna, sempre allegra, attiva, con piccole bestemmie in bocca, che andava masticando da sola, come pozzetti di gomma, anche per le strade. La dicevano indiavolata, ma era buona, mescolava alle bestemmie molte preghiere.
Zia Anna aveva paura degli spiriti, specialmente quando tornava brilla dalle puerpere che aveva assistito durante il giorno.
Spesso, d’un subito, l’allegria le si trasformava in paura e la cacciava fuori casa, ignuda sul ballatoio.
Il suo tormento, quando non poteva dormire, era un picchio continuo, cadenzato nel camino che, a notte, risuonava per tutta la casa. La vecchierella, vedova e sola, quando non aveva bevuto non lo sentiva o non badava al pic-pic-pic, ma se i fumi del vino le acuivano l’udito, sentiva il picchio, fantasticava e, vinti dalla paura, scappava fuori a chiamare i vicini. “Venite! batte nel camino; venite subito!”.
E i vicini andavano a malincuore ad ascoltare il picchio che si faceva sentire davvero. “Non è nulla; ma se spirito senza pace, chiede soccorso, noi preghiamo e zia Anna farà dire le messe”.
E zia Anna dava messe ai preti.
“Spesso il tarlo, nelle travi del soffitto o dentro i muri corrode e produce un certo rumore che somiglia alle picchiature fatte all’esterno”. Così il libro ed il maestro, dissi una sera a zia Anna ed ai vicini, e conclusi: “Non è spirito, è tarlo”.
“Che tarlo e tarlo, moccioso ancora in fasce; lo vuoi dire a noi che è tarlo? È spirito. Che ne sai tu? E qui cominciavano a fantasticare bugie che le loro fandonie macabre che mi divertivano, sì, ma mi facevano anche tremare.

< Fanciullezza a Montefumo cap 9>
LE TRE FATE FURIE

I racconti più fantasiosi li sentivamo in casa della nonna, le sere che amici e parenti s’accoglievano attorno al gran focolare, animato da ciocchi e tizzoni fiammanti. Bevevano e discorrevano: e noi ragazzi aspettavamo che finissero i loro discorsi seri e cominciassero le storie mirabolanti.
Matteo, il pastore diceva: “Era una notte lunare, luminosa come di giorno. Scendevo per la costa, diretto alla masseria, dove mio fratello mi aspettava. A mezza costa, sento rotolio e bombiti di pietre invisibili sopra di me, attorno, sotto di me. Si sentivano i colpi e gli sbalzi sulle rocce ed il fischio delle pietre che andavano a cadere sopra i noci del fossato. Temendo di esser colpito, cercavo un rifugio, un ronchione per ripararmi, ma là tutto è scoperto. La luna fulgeva ed attorno a me una vera grandine di pietre invisibili. Mi fermo e guardo in alto verso il Castello e la Irella. Che vedo! Tre donne vestite di bianco si rincorrevano, scalpitando come cavalle, sollevando ciottoloni e macigni coi piedi. Tremando nell’anima, le guardai un momento con gli occhi abbagliati e giù, a salti e sbalzi, mi precipitai per il resto della costa. Quando, dalla masseria mi voltai affannato a guardare, erano scomparse.
“Che guardi?” disse mio fratello che si era accorto del mio eccitamento.
“Come, non hai visto e sentito nulla?”.
< >
Fate, furie che siano state, io le vidi come vedo voi, lo giuro sull’anima mia.

< Fanciullezza a Montefumo cap 10>
LA MESSA DEI MORTI

E un contadino diceva: “Tornavo dalla Montagna Grande, dov’ero stato per il ricolto delle patate e del granone. Era una notte del diavolo, tutta nebbia, oscurissima. Trovavo la via per istinto, senza badare a nulla. Silenzio di sepolcro attorno, appena sentivo il mio stesso respiro. Il rumore dei miei passi echeggiava stranamente nella notte.
Come Dio volle giunsi al declivio, sgombro d’ogni impedimento, ed affrettai il passo finché arrivai alla chiesuola di San Vito, a pie di Monte Calvario. Dai finestroni tondi, sotto il tetto, veniva luce. La chiesa è illuminata, pensai; a quest’ora chi ci sarà dentro? Mi feci davanti alla porta chiusa, ad origliare. Non si sentiva un respiro. Spinsi piano la porta e stavo per entrare, quando il mio compare Simone sporge il capo fuori e mi dice: “Non è per te; vai via! siamo in funzione”. Andai. La mattina
seppi che il mio compare Simone era morto tre giorni avanti”.
“Non lo sapevi?”.
“Che era morto? No. Ero stato tutta una settimana alla Montagna”.
“Che pensi facessero i morti?”.
“Non penso; so che ascoltavano la messa, perché sentii orate, frate (pregate, fratelli!)”.
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< Fanciullezza a Montefumo cap 11>

SPIRITI GALOPPANTI SULLA NEVE

Zio Michele parlava poco, ma quando ci si metteva galoppava davvero con la fantasia. Fra tante, questa: “Tutto il giorno aveva nevicato. Mancava l’acqua in casa per noi e le bestie”. Chi andava ad attingere l’acqua alla fontana ero sempre io e così quella notte pensai di andare diritto alla Fontana Sant’Elia senza pensare al camposanto che l’è vicino.
Uscii, tirandomi dietro il mulo su cui i quattro barili vuoti ad ogni passo, cozzavano tra loro con gran rumore. Il monte, il piano, la valle erano tutto un biancore luminoso, sotto la luna piena.
Passai vicino al camposanto, pensando alla fontana, che sentivo scrosciar fragorosa come una cascata. Attorno alla fontana un lago circondato di neve. L’acqua saltava ad onde ad onde dai piloni increspati dal violento getto delle cannelle. Trassi i barili, ad uno ad uno, empiti in un attimo; li caricai sul mulo e, tutto inzuppato, presi la via del ritorno.
Ero già a metà strada, quieto, pensando al focolare acceso ed alle calze bagnate, ed ecco, d’un tratto, dall’erta del monte strillò per l’aria una tromba.
Scosso, guardo a destra, in alto, al dorso del monte, e vedo un uomo a cavallo, con la spada in mano, nero al chiarore lunare, galoppar sulla neve, diretto alla cima del monte.
La tromba stride pel cielo; dietro di me uno strano scalpito di zoccoli; io tremo e mi volto. Ah! che Dio mi aiuti! Uno squadrone di cavalieri armati esce dal camposanto e si slancia per l’erta, a suon di tamburi.
Madonna, aiutami! Salto sui quattro barili; incito la bestia a trottare. Squilli e rullii, mi si gela il sangue. Ecco le prime luci, sono entrato nel paese, mi faccio coraggio, mi volto indietro. La montagna è quieta e bella sotto la luna.
I miei cuginetti sbarravano gli occhi appaurati; io più che paura mi sentivo inebriato, come se avessi bevuto un forte liquore.

< Fanciullezza a Montefumo cap 12>
E ANCORA!

Maghi, fate, fantasmi in aspetto d’uomini, donne bestie domestiche e feroci lupi mannari che, presi dalla stizza, diventavano cannibali addirittura.
“Corrono, rinculando per le strade, e tirano pietre con la forza di un cannone. Guai ad attraversar loro la strada! Mangiano uomini e donne vivi”. “Davvero?” “Certo”. “Li hai visti?” “Li ho sentiti urlare”. “Io ne vidi uno dalla finestra”.
“Zio Colangelo, il prete, ne punse uno con la baionetta e lo guarì”. “Già, dicono che se si cava loro una stilla di sangue quando hanno la stizza, guariscono per sempre”. “Ci credi tu?” “Credo a quel che dicono. Senti questa: “La madre di Caporale racconta che sua nonna aveva sposato in seconde nozze un lupo mannaro. Il secondo marito le voleva bene e sapendo il suo male, quando sentiva che gli doveva venire la stizza, prima di uscire, avvertiva la moglie di tener chiusa la porta durante tutta la notte e di non aprire neanche a lui.
Una sera la moglie dimenticò di chiudere la porta; la mattina appresso, trovarono di lei soltanto le trecce appese alla spalliera della sedia”.
Diamine! il marito lupo si rosicchiò anche le ossa?
Risero tutti, anche il narratore.
Si ubriacavano, estasiati ad inventar menzogne che, volendole far credere agli altri, finivano col crederle essi stessi.
Anche la cara nonna si divertiva a sentire ed era quasi sempre lei a chiudere la serata, con le streghe danzanti alla luna, sullo spiazzo dietro la casa. Belle erano le streghe della nonna, ragazze vestite di bianco, che danzavano fino a mezzanotte e, poi, via! “sottacqua e sotto vento, al noce di Benevento”.
Ma la sua specialità era la raccolta delle avventure di ragazzi e ragazze, perseguitati dalla fata nera, salvati dalla fata bianca.

< Fanciullezza a Montefumo cap 13>

I MIEI COMPAGNI , MINGO

“Come ti chiami?”.
“Io mi chiamo Domenico D’Andrea”. Mingo, Minguccio lo chiamavano tutti, anche i suoi. Era un ometto tutt’occhi, orecchi e bocca armata da denti fortissimi. Faceva paura perché morsicava.
Era della Brecciara; abitava in una casa col balcone esposto a mezzogiorno, che aveva al fianco, incastrato nell’angolo, un fico selvatico ch’era la meraviglia di tutti i ragazzetti.
Un giorno io tiravo pietre a quel fico selvatico carico di fichini, quando me lo vedo avanti con la bocca aperta per mordermi.
Ci fu lotta, con morsi, calci e pugni, ma subito divenimmo amici; ed egli cacciò di tasca una mela e me la porse.
Usciva sempre con le tasche piene di mele, ma non le mangiava prima di darne a me. “Tante mele chi te le da?”.
“Non me le danno; sono nel granaio; salgo e me le prendo”.
“E se ti vedono?”.
“Sono botte, si sa; ma ne ho avute tante che ora non mi fanno più specie”.
Tutti i ragazzi del vicinato sapevano che Mingo ne aveva quante ne poteva. Dicevano che suo padre fosse un uomo feroce, che assaltasse la moglie, legasse i figli ai ferri del letto tempestandoli di pugni, calci e morsi. Tutti i ragazzi avevano paura di quell’uomo dagli occhi sporgenti, dai baffi setolosi, dalla bocca immensa. Eppure, un giorno che Mingo mi condusse a casa sua, a correre, a saltare per tutte le stanze, anche per quelle che servivano d’alloggio ai forestieri, quell’uomo feroce non ebbe per noi che sorrisi e carezze. Come mai?
Mingo m’era fedele come un cavaliere antico. Guai a chi ardiva alzare la voce o la mano contro di me! Piccolo com’era, coi suoi denti forti azzannava anche i più grandi di noi. Strano che quando tra noi due si prolungava lo scherzo, Mingo s’incazzasse e volesse mordermi, ond’io, a malincuore, ero costretto a difendermi.
Gliele davo sode, ma egli non piangeva mai; si ravvedeva presto, si pentiva d’essere stato cattivo e mi presentava la mano perché gliela mordessi. “No!” Gli porgevo la mia, ed egli, lasciandosi il muso di cane, sorrideva da buon compagno.
Sedevo su di una scala dirimpetto a casa mia; Mingo mi si accosta, piano piano. “Plinio”, mi dice “perché non andiamo a caccia?”.
“Con che?”.
“La pistola di Vito dov’è?”.
“Sotto il saccone del suo tettuccio, accanto alla botte; ma lui non c’è in casa; e sua madre è uscita”.
“La porta è aperta! pigliala; ci divertiremo un poco e la rimetterai a posto”.
“No, Mingo, non posso”.
“Perché non puoi?”.
“Perché non posso; non ho il coraggio; ho vergogna ho paura”.
“Andiamo; insegnami dov’è che la prendo io”.
“No, no; se si deve prendere, la prendo io”.
“Prendila. Vado per la polvere ed il piombo”.
Mi pentii subito d’aver promesso, benché mi struggessi dal desiderio d’averlo in mano quel mozzicone di pistola, lungo un dito e mezzo. Non avevo mai pensato che io potessi prenderla all’insaputa del padrone, ed ora… Non rubare!
Mi si gelò il sangue. Sapevo tante storie di ladri finiti male in vita e brucianti in fiamme all’altro mondo!”. Neanche uno spillo! “aveva detto sempre mia madre”. Neanche uno spillo, perché si comincia con lo spillo e si finisce condannato e maledetto”.
Rubare la pistola! Mio padre soleva dire spesso: “Prima virtù del cacciatore deve essere l’onestà. Egli ha il permesso di passare e cacciare per tutti i luoghi non riservati, ma non deve toccare ciò che vede e trova nelle terre degli altri. Mio padre non ha saggiato un fico delle terre degli altri; io, assetato, affamato, per vigne, orti e frutteti, non ho toccato una pesca o un acino d’uva”.
Io rubare la pistola! No! Se Vito fosse qui, me la darebbe? Sì, per un’ora me la darebbe. Prendere la pistola per un’ora e rimetterla al posto dov’è stata presa è, poi, rubare? Ruba chi prende la roba d’altri per tenersela. Io la piglio per un’ora e la rimetto dove l’ho presa. È peccato? Non dovrebbe essere peccato.
Indeciso, rimasi seduto sulla scala a guardare il lettuccio
in fondo alla casa, con la porta aperta, accanto all’uscio di casa mia. Desiderio e scrupolo combattevano in me con egual forza, quando Mingo tornò con la polvere ed i pallini.
“Dov’è? Dov’è? L’hai presa?”.
Mi alzai di scatto, infilai la porta, diritto al lettuccio; ficcai la mano sotto il pagliericcio, presi la pistola e corsi a darla a Mingo.
“Non l’ha visto nessuno”.
“No?” Dentro sentivo che mi aveva visto uno per tutti:Dio!

< Fanciullezza a Montefumo cap 14>

LA CACCIA

Mingo, con la pistola sotto l’ascella, si mise a correre verso il vicolo che menava fuori del paese; ed io dietro, svogliatamente. Lasciate le ultime case di Montefumo, Mingo si menò a precipizio per la costa, saltando spine e cardi giganteschi; ed io dietro.
Girava e rigirava la pistola tra le mani carezzosamente, sedette e, con un sorriso di soddisfazione, che gli allargava la gran bocca, cominciò a caricarla. Si alzò, puntò qua e là, con la pietra in mano, e non si decideva a batterla sul cilindro.
Che, hai paura? Lo vedi là quel passerotto? Mira e batti!”.
Mingo torse la pistola a sinistra e, senza mirare affatto Buum! Il passerotto spaventato volava rapidamente in discesa, e Mingo: “Non l’ho preso perché troppo piccolo. Torniamo indietro; andiamo sotto il muro della chiesa dove ci sono i piccioni. Vedrai!”.
Risalimmo, ci avvicinammo al muro della chiesa, alto più di cento piedi, tutto buchi e, in quell’ora del tramonto, ad ogni buco era affacciato un piccione, col collo iridato che faceva sì e no con la testa.
“Guarda attorno mentre io carico!” A destra, a sinistra, sulla strada che sale, nulla. Mingo pronto, con la pistola in mano, accostò al muro, puntò al buco più basso, al piccione che lo guardava curiosamente e Buum!
Un frastuono violento d’ali da tutti i buchi e dal tetto s’alzò a stuolo ed occupò tutto il cielo. Lo stuolo volava rapido, allargandosi e stringendosi, volteggiando per l’aria, vicino e lontano. Mingo guardò in alto indispettito e ricaricò la pistola. Fece la mossa di voler tirare allo stuolo, abbassò gli occhi e tirò ad una gallina che gli passava davanti. Buum!
“Briganti! Assassini!” gridò una vecchia uscita da una casupola addossata al muro della chiesa”. “Briganti! Assassini vi farò veder io!” e correva verso di noi con un bastone in aria.
Mingo getta la pistola e scappa; io la raccolgo e mi slancio dietro di lui, in una corsa affannata di mezzo miglio.
Quando ci parve di aver corso abbastanza e di essere sicuro, ci fermammo e, guardandoci in faccia, scoppiammo in una risata.
“Ora basta; devo riportare la pistola dove l’ho presa, prima che Vito ritorni dalla campagna”.
“E tu non vuoi provarla”.
“No, è tardi, non voglio”.
In due o tre ore di caccia disperata, io non avevo tirato un colpo, non ne avevo avuto il desiderio. Ero preoccupato dal pensiero d’aver fatto una mala azione. Odiavo quel mozzicone di pistola che, in fine, valeva tanto quanto le pistole di canna.
“L’ha fatta o non l’ho fatta la gallina?” domandò Mingo, dubitoso. “Che fatta! correva, svolazzando, ch’era una bellezza”.
“Inutile allora; non vale niente; mi pare che glie l’abbia scaricata sul dorso”.
“Non è buona. Andiamo! Devo fare a tempo per rimetterla sotto il pagliericcio”.
“No, Plinio, dammela per un altro colpo. Uno solo e niente più”.
“Tu l’hai gettata…”.
“Sì, per paura; non sapevo quel che facevo. Dammela per l’ultimo colpo”.
“Tieni, e fai presto”.
Mingo ci mise dentro il resto della sua polvere e insieme salimmo ad un largo spiazzo, fatto di terriglia gettata di fresco.

< Fanciullezza a Montefumo cap 15>

SPARACIUCHI

Al tramonto tutte le tortuose vie del declivio brulicavano di uomini, donne, fanciulli, asini, muli, capre e pecore che tornavano dai campi. L’ombra, dal torrente, era salita con loro al dorso del monte. Il sole, abbassandosi sulla schiena nera dell’Appennino lontano, diventava sempre più luminoso, abbagliante.
Alcuni contadini erano già passati; e i ragazzi che arrivavano ad uno ad uno, a due, a tre, si fermavano a guardare Mingo con la pistola in aria e discorrevano animatamente. Ce n’erano di più grandi, di noi, che guardavano con gli occhi pieni di meraviglia e d’invidia.
Mingo, impettito in mezzo ai ragazzi che gli si stringevano attorno, strano com’era, cominciò a puntare la pistola a questo e a quello, gridando: “Largo! fate largo o tiro!”.
Scapparono tutti, tranne uno, grande, il quale trasse fuori dalla tasca un gambero vivo, lo posò sulla scala della casa più vicina e disse a Mingo: “Vediamo se sei buono a colpirlo”.
Mingo cominciò a puntare. Gli tremava la mano. Mirò di nuovo e calò la pietra sul cilindro. Nulla; prese un’altra pietra, ma, non avendo più fede nella pistola e nella sua abilità di tiratore, alzava ed abbassava la pietra senza battere.
“Batti, batti!” diceva Lelio. Se non vuoi, dalla a me, che tirerò io. Dammela!”.
Mingo puntava con la sinistra e rimaneva con la destra armata d’un sasso a mezz’aria, indeciso. Disturbato da un’asina che passava carica d’erbe e di bambini, si volse d’improvviso, con le zanne strette nella bocca aperta da un sogghigno perverso e, pazzamente: “Voglio vedere se colpisco l’asina” gridò, corse, cacciò il pistolotto sotto la pancia della povera bestia e Buum!
L’asina alzò violentemente le gambe e si diede a correre, sgambettando per l’ascesa. I bambini, legati al basto, gridavano spaventati; la gente accorreva con urli minacciosi e bestemmie.
Non so come mi trovai con la pistola in mano quando arrivai, trafelato, vicino a casa mia. La casa di Vito era aperta, entrai senza essere veduto da nessuno, e rimisi la pistola al suo posto.
Mia madre che preparava la cena non mi vide quando entrai in casa e mi sedetti senza fare il minimo rumore. Prima che si accorgesse di me, entrò la mala nuova: “Tuo figlio ha sparato l’asina del mugnaio. Il mugnaio è andato dai carabinieri. I figli del mugnaio sono feriti”.
Mia madre arrossì, impallidì, mi guardò stranamente minacciosa, ed io, senza respiro, non ebbi modo di spiegare e dire la verità. Mi mandò lei o scappai da me alla casa dello zio, fratello di lei? Che tormento quello zio! Volle condurmi con sé alla masseria, sotto la costa, dove aveva l’ovile e, per via, e quando mi fece sedere in un angolo, non finiva mai di parlare di carabinieri, di arresti, di uccisioni, di galere ed anche di fucilazioni.
Come mai sapeva già tutto?
“Ecco, può darsi che l’asina muoia e bisogna pagarla. La pagherà tuo padre, si sa; ma i figli del mugnaio sono feriti. Che rimedio c’è? L’arresto e la galera. Non sei stato tu, dici. E chi ti crede? Certo che l’arma la tenevi tu in mano, quando siete fuggiti. Prima e dopo il misfatto era tua. L’avevi rubata! Un altro delitto disonorevole, infamante per te e la famiglia. L’hai rimessa a posto? Non dice nulla. È stata la paura che ti ha costretto a farlo, dopo il delitto. La legge non guarda alle intenzioni, ma al fatto; ed il fatto ti condanna. Ma che? vorresti diventare brigante? Non è più il tempo. Li uccisero tutti i briganti quando io ero dell’età tua. I carabinieri non permettono a nessuno più di farsi brigante. Non sai che le pattuglie vanno girando per te? I carabinieri sanno il fatto loro! potrebbero piombar qui da un momento e l’altro, ed arresterebbero anche me, che ti ho dato rifugio. Che dirò ai carabinieri per discolparmi?
Zitto! Ascolta! Chi è là?”.
Egli solo aveva parlato, e si metteva il dito alla bocca. “Zitto!” Un fruscio di foglie secche vicino alla porta e comparve il garzone. Il mio cuore, trafitto, si fermò.
Sentivo un vuoto dentro da morirne.
“Beh! che notizie porti? ne sai nulla?”.
“Il mugnaio è corso dai carabinieri. Il ragazzo è andato con loro a prendere la pistola sotto il pagliericcio, dice che Plinio l’ha presa e Plinio ha tirato”.
Era il colmo. Sfilai tra lo zio ed il garzone e, fuori, oltre la siepe mi diedi a correre per i campi.
“Corri! Fermalo!” ed uscì anche lui lo zio, gridando:
“Plinio, è niente; vieni qui; ho scherzato”. Ma scherzo o non scherzo, ce ne volle prima che m’i portassero di peso alla masseria!
Non è nulla, ragazzo mio; ho scherzato. Tuo padre aggiusterà tutto. Quel mozzicone di pistola io lo so; lo so da quando il padre di Vito la fece da una canna crepata. C’è da ridere, non da piangere. Eccoti sul lettuccio; dormi!”.
Non dormii. Ero tormentato dal dubbio: “Come mai Mingo potesse esser falso con me!” Ah! povero Mingo! le prese sode, senza scuse e senza pianto e si tenne con dolce pazienza il nome affibbiategli dai ragazzi, Mingo Sparaciuchi.

< Fanciullezza a Montefumo cap 16>

LE PINZOCHERE

A Montefumo c’erano molte pinzochere, donne vestite di nero, che non si erano volute maritare, si erano date a Dio ed andavano in chiesa mattina e sera, lente, composte, col capo chino e gli occhi bassi. In chiesa, per ore ed ore, biasciavano preghiere e parlavano in segreto a tutti i santi, a tutte le Madonne. S’attaccavano come lumache ai confessionali a confessare tutti i peccati del mondo.
Le pinzochere erano mal viste, derise e sprezzate da quasi tutti gli uomini. “Le streghe!” “Alza il manto nero e trovi il peccato”. “Hai la coscienza come il vestito”. “S’è data a Dio perché non ha trovato un cane che la volesse”. “La farebbe anche a Gesù”. “Bacchettone! Ipocrite! Malcreate!”.
Queste ed altre ingiurie e bestemmie sentivo dagli uomini contro quelle povere donne vestite di nero e, naturalmente, pensavo che fossero cattive. Disprezzavo, in special modo, quelle che si erano attaccate alla sottana di Don Nicola, un pretone alto e massiccio. Ne aveva sempre una dozzina, tutte sollecite attorno all’asino che cavalcava, con le gambe penzoloni ai lati, e i piedi che smovevano ciottoli e polvere per le vie di campagna.
Povere donnicciuole! Compresi dopo che erano creature innocue, malate, che avevano sofferto e soffrivano, espiando peccati non fatti da loro, effondendo dolori di speranze deluse, di ansie e desideri implacabili, con le preghiere.
Alcune avare, astiose o indolenti, impervie ad ogni senso di tenerezza, vivevano concentrate in sé, chiuso e soffocato il cuore sotto il vestito nero, che le distingueva e separava dalla vita. Altre avevano tenerezze soltanto per il prete del loro cuore, il santo confessore, tra i più vecchi, i quali sapevano dar sollievo a quelle anime in pena. Di una sola si diceva che fosse falsa e cattiva; le stesse donne la chiamavano la diavolessa. Era una contadina, senza pallore e senza magrezza, la cui veste nera dava risalto al colore vermiglio della sua faccia graziosa ed alla luce degli occhi brillanti. Più bella d’ogni bella signora, alta, vibrante di salute e di sensi, andava in chiesa a pregare come le altre; ma la mala gente trovava tutto mal fatto.
Apparteneva alla schiera delle devote a Don Nicola, gelosa delle altre pecorelle così che un giorno, infuriata perché non preferita dal confessore, gli si avventò contro, scongiurando e minacciando. Il fatto è che molti l’avrebbero volentieri tolta al prete ed a Dio per farla sposa e madre e, non essendo riusciti a smuoverla, dicevano male della povera Cipriana.
In ognuna delle quattro sezioni di Montefumo, ce n’erano due o tre che vivevano veramente da sante, col lavoro giornaliero e la povertà nuda, in casupole dove non appariva che il lettuccio all’angolo, il Crocifisso e le immagini a stampa di Santi e Madonne, appiccicate alla parete. Vecchie ed austere, lavoravano a giornata, o nei loro campicelli, sciogliendo all’aria aperta le canzoni religiose che, esse prime, solevano intonare in chiesa. La sera, dopo cena, facevano il richiamo dei ragazzetti del vicinato, ai quali insegnavano la dottrina cristiana, le preghiere e le vite dei santi a viva voce.

< Fanciullezza a Montefumo cap 17>

SABINA

Nel quartiere della Brecciara c’era la più santa delle pinzochere di Montefumo: una vecchietta con faccia e fronte striate come tela di ragno, e un fiocchettino di capelli bianchi, legati al sommo della testa. Aveva il collo incordato, il petto ossuto e le mani secche così che si potevano contare vene, arterie, tendini ed ossa.
Vecchia, molto vecchia era Sabina, ma aveva un’espressione così dolce nel lume degli occhi affondati, che la rendevano simpatica. La sua voce carezzevole toccava il cuore dei ragazzi e, quando intonava una canzoncina o spiegava la dottrina o insegnava i precetti o narrava fatti e miracoli di santi, con quella voce, incantava.
Inginocchiati sul pavimento di nuda terra, sempre umido e spesso bagnato, i ragazzi sentivano nella voce di Sabina la voce di Dio: quel Dio buono, a cui si affidano i deboli, i semplici, gli umili, il consolatore degli afflitti, contro i potenti e tristi figli del diavolo.
Basilio, un ragazzetto che abitava, con la madre vedova, in un chiusino poco discosto, mi aveva detto di Sabina, dei racconti e dei miracoli. “È così bello a sentire! Perché non vieni?”.
“Non posso; la mamma non mi fa uscire”.
Io invidiavo Basilio scalzo e seminudo, libero di andare dove voleva, e mi struggevo dal desiderio di andare da Sabina.
Una sera Basilio mi passò davanti con. un mazzetto di fiori. Io lo fermai davanti alla porta di mia casa e gli chiesi dove andasse e a chi portava quei fiori.
“Vado da Sabina, alla dottrina cristiana e i fiori… ” Gli presi la mano e me l’accostai al naso. “No, no; non si odorano; sono per la Madonna. Vieni e sentirai le belle cose!” Andai. La casuccia era già piena di ragazzetti e di bambine, inginocchiati e seduti a terra: facce sorridenti, occhi luminosi, voci confuse. La vecchia Sabina, rivolta alla parete di fronte, appiccicava una stampa nuova della Madonna del Bosco, rianimava il lucignolo schioppettante in un bicchiere, metà acqua e metà olio, da cui veniva la poca luce che rischiarava la casuccia. Sabina disponeva a corona sulla tavola le offerte di fiori, facendo notare con piacere ogni mazzettino che prendeva in mano. Il chiacchierio giocondo, esclamazioni e risa cessarono appena essa si volse e fece segno di voler parlare.
“Sapete che mi ha detto la Madonna?”.
Un movimento subitaneo, nervoso, agitò tutti i seduti e ginocchioni in terra; si tesero sulle gambe e sulle ginocchia, con occhi fissi e stralucenti sul volto della santa.
“La Madonna mi ha detto che è contenta, perché siete tutti buoni; vi tiene come angeli, come figli suoi. Preghiamo! Benedetta sia la madre di Gesù, Maria!”.
L’immagine a colori, appiccicata al muro, anche a me, estraneo, pareva che sorridesse. “Benedetta la madre di Gesù, Maria!”. Rispose il coro allegro; e Sabina, facendosi la croce, in nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, intonò le preghiere.
La sua voce, accompagnata da circa trenta altre vocine dissonanti da prima, si armonizzò, poi, in una voce sola che pareva desse più lume alla casa e più splendore alla Madonna.
Dopo canzoncine e preghiere, rifacendoci tutti la croce, e ricaduti a sedere sui tacchi delle scarpe o sui talloni nudi, ascoltavamo la dottrina, ripetendo le risposte che Sabina dava essa stessa alle sue domande.
“Chi ci ha creato? Dio”.
“Perché ci ha creato? Per amarlo e servirlo in questa vita e andarlo a godere nell’altra”. E così, comandamenti, precetti, virtù, peccati, finché si accorgeva degli stanchi, degli annoiati e dei dormienti.
“Su, su, figli benedetti della Madonna! ora vi dirò uno dei miracoli di Sant’Antonio”. E svegliava, rianimando tutti.

< Fanciullezza a Montefumo cap 18>

IL NEMICO PARLA IN ME

Zio Giovanni, fratello della mia nonnina paterna, era il più santo il più semplice, il più ricco dei quattro o cinque pinzocheri di Montefumo. Rimasto solo e celibe in casa, alla morte del padre, s’era appropriata tutta l’eredità dei fratelli e delle sorelle, ma era così umile e viveva così poveramente che nessuno glie ne faceva colpa, e la mia nonnina diceva che aveva fatto bene.
Zio Giovanni lavorava sul suo: vigne; oliveti, orti e seminati, che producevano molto. Tutto quel ben di Dio lo spendeva per le chiese, mentre egli viveva di pane nero ed acqua fredda, con cipolle ed anche aglio, per scacciare il nemico. Mattina e sera si tirava dietro la sua mula rossigna, senza cavalcarla mai.
“Zio Giovanni, perché vai a piedi?”.
“Penitenza; penitenza! Se io monto a cavallo, monta con me il nemico”.
Perché il nemico, il diavolo, ce l’avesse con zio Giovanni non l’ho potuto mai capire. Un giorno un nipote gli disse: “Zio, guarda come scappa quel treno!” “E’ il demonio esclamò facendosi la croce. Il suo ideale era San Gerardo della Maiella. Viveva miseramente, ma era ricco; restaurò col suo, da solo, tutta la chiesa dell’Annunziata; non gli scappava mai un soldo per i bisognosi ed affamati.
Zio Giovanni abitava lontano da casa mia, nel quartiere dei Fossi. Io sapevo che insegnava la dottrina cristiana nella sua casa, piena come un uovo d’ogni ben di Dio: cesti cestoni e sacchi gonfi di grano, fave, fagioli, ceci, granturco; sporte e canestri e secchi pieni di frutta, vino ed olio in botti, barili, vasi di pietra e di creta. Vendeva tutto a mio padre, ma a tempo debito, quando i prezzi erano saliti al massimo.
C’ero stato più volte in quel casone, col pavimento lastricato di pietra morta, il focolare sempre spento, le pareti imbiancate e coperte di quadri e stampe di santi, sante e madonne. Pulito e bene illuminato davanti, quel casone, con un gran letto in mezzo, si andava oscurando a, poco a poco dietro il letto, sino al fondo oscurissimo, dal quale venivano odori di frutta, vino, olio, fieno e letame. Un mio compagno di scuola, che abitava vicino, m’invitò ad andare. “Vieni da tuo zio Giovanni; ti divertirai”.
Zio Giovanni, vecchierello magro, asciutto, parlava in piedi, con le braccia sulla spalliera d’una sedia, alla quale, spesso inchinandola, poggiava anche il petto. Entrai: “Gesù e Maria”.
“Sempre lodati siano” rispose, senza guardarmi.
Che zio benedetto! ne fui offeso. Narrava d’un Santo che se n’era fuggito al deserto per salvarsi dal nemico; ed il diavolo l’aveva seguito per farlo dannare. Il Santo lo combatteva con la preghiera, con il lavoro, con i digiuni, vegliando, notte e giorno, dentro e fuori d’una grotta. Ahi! il nemico era forte e persistente e… Non ricordo il resto. Ricordo che ad un certo punto, quando tutti i piccoli erano spaventati da quel diavolo, il nemico che tentava il santo, io alzai la mano e feci una domanda.
Chi sa? Forse domandai dov’erano i diavoli quella sera; forse domandai perché il diavolo ce l’aveva col santo; forse altro, proprio non riesco a ricordarmi, ma vedo bene come se fosse ora, zio Giovanni sollevare le braccia dalla spalliera della sedia, impettirsi, rigido e solenne, puntarmi le pupille come due spilli aguzzi e gridare in tono profetico: “Chiudetevi occhi ed orecchi!
Non lo guardate; non lo sentite. Il nemico è qui, qui!”.
Trenta e più discepoli del pinzochere alzarono le mani agli occhi, agli orecchi. “Non lo guardate; non lo sentite; è guasto; non è più lui; è il nemico che parla in lui”.
Poi, col dito puntato alla porta, dove conversero tutte le facce e gli occhi abbastanza aperti fra le dita, con un tremore indicibile della mano, le corde del collo tese gridò: “Ti scongiuro! ti ammonisco! via! via! via!”
“È pazzo, pazzo!” pensai uscendo, piano, appenato, umiliato, col cuore che mi ardeva. Fuori mi uscì la prima bestemmia contro lo stolido pinzochere, che non volli rivedere mai più, ne vivo, ne morto.
Tornai invece da Sabina che di diavoli nemici non parlava mai. Per andarci inventavo ogni sorta di scuse, perché la mamma non voleva che andassi a sedermi sulla terra bagnata e fredda. “Vado dalla nonna”. Era vero; entravo dalla nonna, salutavo e via! filavo verso la casuccia di Sabina, poco lontano.
Come potevo vivere senza sapere i discorsi che San Francesco faceva ai lupi ed agli uccelli e Sant’Antonio ai pesci?
Sabina visse un altro anno, lavorando di giorno per le case ed anche in campagna e pregando la sera, con i suoi figli, della Madonna, fino all’ultimo respiro.
L’ultima settimana della sua vita, andò per le case delle famiglie amiche ed annunziare la sua prossima fine. “Tenetevi i bimbi a casa: io me ne vado lassù; non so precisamente l’ora e non vorrei spaventare i piccoli”.
Essa raccoglieva parole di conforto, lodi, e benedizioni, e nessuno voleva credere che la morte le fosse così vicina. Quella settimana i ragazzetti continuarono a portare i fiori alla Madonna, a pregare e ad imparare la dottrina cristiana; e Sabina, come se nulla fosse, li tenne divertiti.
La sera dell’ultimo sabato di maggio Sabina aveva raccontato la visita di Gesù agli Apostoli ed aveva finito con la canzone Viva Maria! Maria evviva! quando, invece di alzarsi ed accomiatare i ragazzi, si torse verso la tavola, sulla quale crepitava la lampadina ad olio, circondata di fiori. Il braccio sinistro sulla tavola, il braccio destro con il fianco appoggiato alla seggiolina, e stette senza muoversi.
I ragazzi credevano che pregasse ed aspettavano, un po’ nervosi, in silenzio. Passarono pochi minuti; comparve sulla soglia la madre di Rosetta, una biondina di sei anni, tutta occhioni e quasi spaventata.
“Sabina, Dio sia lodato!” Sabina non risponde.
“Sabina è tardi! Sabina! Sabina!”.
Sabina non rispose, pareva che pregasse la Madonna appiccicata al muro, che sorrideva ai suoi figli.

< Fanciullezza a Montefumo cap 19>

IL PRIMO BACIO

Non ho mai finto d’amare; non ho mai scherzato con l’amore. Da bimbo rompevo la testa alle bambole di mia sorella.
Essa le piangeva, ed io, tra pentito e soddisfatto, non sapevo perché mia sorella ci tenesse tanto a quelle pupattole di legno e di cera.
Quando i ragazzetti dell’età mia giuocavano agli sposi, io me ne allontanavo disgustato. Quando le donne, amiche di casa, mi carezzavano e mi baciavano, io ne soffrivo. Mia madre mi ricordava che io, da bimbo, dicevo sempre: “Uomini con uomini e donne con donne”.
Ahi! presi la cosa sul serio fin dalla prima fanciullezza! Mio padre andava quasi ogni giorno per le case, comprando grani, tutto ciò che era da vendere e, spesso, mi conduceva per la mano. Quando nelle case trovava una bambinella della mia età, sorrideva, scherzava e diceva sempre: “Eccolo; ti ho portato lo sposo. Fa presto a crescere, cresci bella e buona, ed anche tu, Plinio, che vi faremo sposi”.
A maritarle tutte le spose che mi presentava mio padre, ne avrei più d’un centinaio. Io capivo lo scherzo e le bambine pure.
Molte, assai dopo, nella fanciullezza e nell’adolescenza, mi chiesero scherzando: “Plinio, non dovevi essere il mio sposo?”.
“Sì”, arrossivamo e ridevamo insieme.
Di tante spose non ne baciai che una. Si chiamava Giulietta, figlia di Remigio, il calzolaio che aveva il suo podere vicino al nostro. Col suo visetto bianco rosato, mezzo coperto da riccioli biondi, Giulietta era bella davvero, modesta, costumata.
Un morbo, che attaccò molti ragazzi di Montefumo, toccò anche lei e la fece morire.
La sua morte ad otto anni commosse tutto il vicinato, e mia madre, amica della famiglia, con le lagrime agli occhi, mi condusse a vederla. Andando, pensavo a quel giorno lontano, in cui mio padre, presentandomi la piccola ricciuta biondina, dagli occhietti aguzzi, mi aveva detto: “Ecco la tua sposa!”.
Ed era morta, poveretta! Non potevo immaginare lo strazio che mi aspettava. I pianti e i singhiozzi si udivano dalla strada.
Entrammo. Appena la madre della povera morta mi vide spuntare sull’ultimo gradino della scalinata, rinforzò i suoi lamenti e, tra pianti e singulti, cominciò a gridare: “Giulietta! Giulietta, svegliati! E’ venuto a visitarti il tuo promesso sposo!”.
“Diletta figliuola mia, non lo vedi il tuo Plinio? E’ venuto a darti l’addio: è venuto a darti il primo ed ultimo bacio”.
Mi guardai attorno, tremante, esterrefatto. La morta era in mezzo alla stanza, in una bara dorata, ed attorno uomini, ragazzi e ragazze con le loro mamme. Mio padre si fermò in un angolo e mi afferrò la mano. Tutti gli occhi erano puntati su di me. Che cosa volevano? Mi pareva che tutti aspettassero un miracolo, il risveglio di Giulietta al suono della mia voce.
Ma io avevo la gola stretta, il gelo nelle ossa, il vento nei capelli; ero stupefatto; avrei voluto scappare e non potevo.
E la madre lamentosa riprendeva: “Ti avevo cresciuta tanto bella! Cominciavi a sbocciare come un fiore, povera la mia figliuola. Il tuo sposo è venuto e ti trova lì, nella bara. Il tuo Plinio t’è venuto a baciare, perché anche morta sei bella; figlia! figlia del mio cuore!”.
Grida che strappavano l’anima; e tutti piangevano. Io, con gli occhi annebbiati e la gola stretta, mi stringevo a mia madre che, intuito il mio strazio, mi aveva posto una mano sulla testa.
E la madre della morta ricominciava: “Eri tanto svelta e bella! Son passati degli anni, ma chi può dimenticarti? Ti presentammo lo sposo, Plinio”. Piangeva e parlava dolce, come se la morticina, col suo visino di cera e la fronte di marmo, coronata di fiori, fosse tornata viva.
“Plinio, non ti ricordi? Giulietta ti voleva bene. Ora se ne va; se ne va; non la vedremo più. Non vuoi darle un bacio? |
Figlia! figlia mia!”.
“Baciala!” sussurrò mia madre, tirandomi vicino alla bara, “baciala!”.
La baciai, lagrimando, in un coro rinforzato di grida, lamenti, singulti, e scappai pieno di ribrezzo, di vergogna e di stupore.

< Fanciullezza a Montefumo cap 20>

LA MORTE DI GIANNETTO

Mio padre fu colpito da una grave e lunga malattia. L’anno avanti aveva comprato delle terre deserte e rocciose, perché gli avevano detto che erano buone per farne vigneti. Ed egli aveva gettato quasi tutti i suoi risparmi a scavare pietre per piantare viti.
La malattia fece il resto.
Il suo commercio, affidato ad amici e parenti, poco fedeli e molto rapaci, fu rovinato. Gli avevan guastato ogni cosa, ingannando e frodando i clienti.
Riacquistata la salute, trovò lo sfacelo e gli venne un grande scoraggiamento, perché ad ogni luogo che andava, gli toccava sentire lamenti, rimproveri e querele; era sfiduciato anche da quelli che prima l’avevano sempre accolto festosamente.
Tirò per un mese senza gran profitto, poi, vendette carro e cavalli e si tenne soltanto un mulo, Giannetto, il più alto, il più forte, il più bello che c’era a Montefumo. Andava, con Giannetto carico di grano, ai paesi più vicini, due o tre volte la settimana, ed il resto dei giorni li passava in campagna, attendendo con dei braccianti alla vigna e al seminato.
Non era più lui; mio padre aveva perduto ogni ambizione, e mia madre, non riuscendo ad animarlo, se ne disperava. Anch’io ne soffrivo, specialmente quando mia madre, guardando il mulo ozioso nella stalla, si metteva a piangere.
“S’è immiserito; maledetta la vigna e le terre! Se avesse il capitale d’una volta, non darebbe peso alle chiacchiere dei vecchi clienti, ne farebbe dei nuovi. Se non si sveglia, sarà la rovina”.
Pochi giorni avanti avrebbe venduto anche il mulo ad altissimo prezzo, se mia madre non si fosse opposta. Ella pensava che quella nobilissima bestia l’avrebbe incitato a riprendere con amore le vie dei paesi. Fu peggio.
Un giorno, verso le quattro, giunse alla scuola un messaggero di mia madre. Il maestro mi chiama: “Plinio, tua madre ti vuole; il mulo è ammalato”.
Fu un colpo al cuore. Tutti i ragazzi, che sapevano del mulo più alto, più forte e bello del paese, mi guardarono commossi.
Arrivai a casa trafelato. “Dov’è il mulo?”.
Mio padre era in campagna; mia madre era andata a chiamare il nonno e a sollecitare il vecchio tavernaio che faceva da veterinario. Una vecchia vicina mi additò lo spiazzo davanti al mulino a secco.
Era proprio lì, il povero Giannetto, riverso sul fianco destro, con un pancione enorme e la spuma alla bocca. Due o tre donne si domandavano e si dicevano la cagione di quel male: “Le han fatto girare il mulino”. “Forse ha mangiato del grano!”.
Io mi gettai sopra la bestia sofferente e presi a lisciargli la pancia, a carezzargli gli orecchi, ad aprirgli gli occhi, chiamandolo per nome “Giannetto! Giannetto!”. Tentai di farlo alzare, l’afferrai pel ciuffo dei peli sulla fronte, ma Giannetto non si accorgeva di nulla.
Col vecchio veterinario vennero mio nonno e tre uomini che, chi qua chi là, tirando su per il petto, il collo e la coda, riuscirono a farlo alzare.
Non poteva reggersi in piedi, tremava tutto e barcollava a sinistra e a destra, come ubriaco. Il vecchio tavernaio gli aprì con una lancetta la vena del collo e ne spillò del sangue nero, mentre gli altri uomini lo puntellavano per non farlo cadere.
Gli fecero tracannare una bottiglia di olio; gli strofinarono la pancia con una padella affocata.
“C’è speranza?”. “Chi sa? Noi tentiamo tutti i rimedi. Il male è terribile, ma giova sperare fino all’ultimo”.
Gli uomini si stancarono. Il tavernaio consigliò di farlo camminare adagio, adagio, tirandolo per la cavezza, aiutandolo per la coda, senza dargli tempo di abbandonarsi e rovesciarsi a terra.
Un’ora prima del tramonto, andammo per farlo camminare; io lo tiravo avanti e mia madre, sospirando e lagrimando lo reggeva per la coda. Sceglievamo le vie più pulite e piane; ci tremava il cuore a vederlo piegare a destra ed a sinistra, come se dovesse cadere ad ogni passo. Quando il male gli si alleggeriva era un sollievo; i nostri cuori si rianimavano, ma, subito dopo, si contorceva. “Attenti! attenti!”. Mia madre faceva sforzi inauditi per raddrizzarlo con la coda.
Mio padre, tornato dalla campagna, lo trovò a terra, davanti al mulino. L’osservò serio e muto e scosse il capo. “Non c’è da far nulla. Portiamolo dentro. Con l’aiuto di donne ed uomini lo menò alla stalla e lo fece cadere lentamente sulla paglia pulita. Gli aperse gli occhi e la bocca, gli tastò la pancia tesa come un tamburo e, scuotendo di nuovo il capo, se ne andò a sedere nella cucina.
Vennero altri esperti, uomini e donne, la stalla ne fu piena.
Una donna si tolse la scarpa e cominciò a fare scongiuri col piede sulla pancia di Giannetto che sbruffava e si lamentava.
Un uomo volle ritentare con gli strofinamenti della padella affocata. Inutile! Altri andavano, altri venivano; mio padre non si mosse dalla cucina, dove mia madre preparava la cena.
Nessuno toccò cibo, tranne le bambine, che andarono subito a letto. Io facevo la spola, tra la stalla e la cucina, e udivo storie strabilianti di miracoli fatti per salvare le bestie dalla morte.
“Oh! se fosse vivo Don Colangelo Calitri, con un calcio sul pancione, lo farebbe alzare in un attimo”. “Davvero?”. “Ma sì; fece così col cavallo della Grecesca e l’asina di De Luca”.
In ultimo venne un vecchio contadino, il quale sentito che s’era provato tutto e non c’era altro rimedio. “No”, disse “uno ancora ne resta. Bisogna far girare la bestia tre volte attorno alla cappella di San Vito, dove son seppelliti i morti e, ad ogni giro bisogna fare il nome di un morto ucciso.
Rimasero tutti senza parola e senza fiato; ed il vecchio:
“Senza paura, bisogna chiamarli a nome, guardando la buca che da nella fossa dei cadaveri”.
Silenzio, poi uno disse: “Chi ci va?”. Tutti fecero di no col capo. Due donne, all’istesso tempo, esclamarono: “Madonna Santa!” e si fecero la croce.
Io, che ero stato a sentire incredulo sulle prime, guardando quelle facce spaurite, pensai: “Chi sa? Se il coraggio desse salute a Giannetto, non avrei paura”. Dissi al vecchio: “Alziamo Giannetto! Se cammina ci vado io!”.
“Anima innocente, nessuno la tocca e Dio l’aiuta” sentenziò il vecchio. “Su, alziamolo!”.
Non ricordo il nome del giovine che mi accompagnò, sorreggendo il mulo per la coda. Nella notte, col mio compagno coraggioso, tirai tre volte Giannetto attorno alla cappella di San Vito; tre volte accostai la faccia alla buca, facendo i terribili nomi che mi avevano dato. Il silenzio, il rumore dei passi del giovane, di Giannetto e miei mi entrava nel sangue e mi assordiva. L’ansia del miracolo mi liberava dalla paura. Aspettavo che Giannetto mi saltasse addosso ad ogni battito di cuore. Nulla!
Giannetto non cadde come mi aspettavo, dopo aver perduta la speranza del miracolo, tornò con me, che avevo i brividi, barcollando. Il giovine mi aveva lasciato, mi sentivo sfinito, forse sarei caduto a terra con Giannetto se non mi fosse venuto incontro mio padre. S’era sbarazzato di tutti i contastorie di miracoli, ed era corso a me. “Stupidi sono; non devi credere; miracoli non se ne fanno più. Se deve vivere, vivrà”.
A Montefumo non c’era sepoltura per i cadaveri degli animali domestici. Ai cani e gatti morti nelle strade ci pensavano gli spazzini a trasportarli in carriole, con le altre immondizie, e a gettarli giù per la ripida costa. Ai muli, asini e cavalli morti ci pensavano il pellaiolo e lo scorticatore a trascinarli e a farli rotolare sin dove sono le macerie, fra la costiera erbosa e i seminati.
Spesso, scorazzando coi compagni, c’era avvenuto di pestare, tra cardi ed altre malerbe, cani e gatti verminosi; ed eravamo scappati dal puzzo asfissiante, coi brividi nelle ossa e lo stomaco in gola. I cadaveri delle bestie grosse, scorticati, divenivano pasto di corvi e cani, che, contendendosi i migliori bocconi, rissavano fra loro e mandavano ringhi e guaiti fino alle case.
Due giorni dopo, vidi un branco di cani che facevan vituperio, rissando attorno alle costole spolpate del cadavere di una gran bestia.
“Ecco là! Si mangiano il tuo mulo e non son contenti!”
commentò un ragazzo, che mi s’era accoccolato vicino.
Ebbi un flusso di sangue al cervello: “ah, maledetti!” e mi diedi a tirar
sassi, a rotolare macigni contro quei cani, che si allontanavano a malincuore,
leccandosi il muso ad ogni sosta, guardando su, come per dire:
“Ma che, sei matto”?

< Fanciullezza a Montefumo cap 21>

IL PALADINO DELLA PORTELLA

Lo chiamavano Stizzino, ma il suo vero nome era Carletto. Andava quasi sempre scalzo, scamiciato, i capelli irti come setole, le braccia lunghe e le mani scarne, unghiute come artigli. Tutte le domeniche giuocava ai fossetti con gli uomini, alla spianata sotto il castello e spesso vinceva dei soldi. Faceva ridere quando, tirata la palla, l’accompagnava parlandole, incoraggiandola a filare diritta al fossetto centrale, pieno di soldi. Faceva pietà quando, non avendo soldi per giuocare, si consumava l’anima, con gli occhi appuntati ai fossetti ed un crescente trepido pallore sul volto.
Era figlio del più valente calzolaio di Montefumo, un uomo alto, diritto, secco ed arcigno, che menava la sferza a dovere.
Ma con Stizzino, sferza, cigna o scarpa erano inutili; le prendeva senza strilli e senza propositi, da incorreggibile. Espulso dalla seconda elementare, vagabondava, quando sua madre non riusciva a tirarselo dietro in campagna, perché il padre non lo voleva più in bottega a stuzzicare e contendere col fratello maggiore, che imparava bene il mestiere.
Nei giorni che rimaneva in paese, si bisticciava sempre con qualcuno. Era il terrore dei piccoli terrazzani che, dopo scuola, se lo trovavano sempre davanti, ringhioso come un cane. Il suo più ostinato capriccio era il montar di guardia allo sbocco della Portella. La Portella era l’unico vicolo aperto ad oriente nella prima fila delle case in Terrazza, per andare al Castello, “Di qui non si passa”. Stizzino, piantato con le spalle al muro esterno, che fa da parapetto alla Mersa di Sario, di fronte allo sbocco, con sassi alla mano e grida minacciose, spaventava ed impediva il passo ai ragazzi.
“Stizzino è pazzo; non ha paura di nessuno; non si cura di niente, non teme più neanche suo padre. Sta sempre a1 buco della Portella e non lascia passare nessuno. Ieri ci fu battaglia. Eravamo quasi riusciti a forzare il passo, poi… E’ un vero diavolo, cominciò a scaraventar pietre, tre alla volta”.
“Suo padre gli aveva tirato una scarpa alla nuca. Arrivò
di corsa, bestemmiando, mentre eravamo già passati, e ci inseguì a petrate fin sotto il muro del Castello”.
Questo ed altro sentivo tutti i giorni, a scuola, dai compagni, senza farci specie, perché alla Portella io non ci andavo quasi mai. La mia via, per andare al Castello, più corta e diretta, era quella esterna, ad occidente; e da quella parte Stizzino non veniva mai.
Un doposcuola, i compagni mi persuasero ad andare con loro a sforzare il buco della Portella. Stizzino era lì, ritto con le spalle al muricciolo, su cui aveva depositato un mucchio di sassi. Pallido e secco, la faccia striata di polvere e sudore, il petto nudo, i calzoni accorciati a mezza gamba sui piedi nudi, grignava, pregustando il suo giuoco. Col sole che gli batteva in faccia, non si accorse di me. Lo chiamai: “Carletto!”.
Cessò di ghignare. “Plinio!”.
“Carletto, che vuoi fare con quelle pietre?”.
Capì subito la mia intenzione e, puntando il dito, rispose:
“Plinio, tu solo, nessun’altro passa”. “Perché?”.
“Perché non devono passare”.
“Via, Carletto, siamo parenti; stasera li farai passare con me”.
“Tu solo e nessuno più”.
“Siamo quasi cugini, non mi costringere, lasciali passare con me”.
“Tu solo, perché siamo cugini”. Poi, come stizzito da un pensiero offensivo: “Ah! Ti sei legato con loro! Via! Ne tu ne loro”. E scagliò la prima pietra.
“Non tirare Carletto!”.
“Credi di farmi paura? Via! Via!”. E scagliò la seconda pietra.
Venne a cadere in mezzo alla trotta dei compagni, che cominciarono a retrocedere verso il cantone.
“Voltati! vedi come scappano! Ah! Ah!”. Rideva d’un riso che m’irritava. “Che diritto hai tu d’impedire il passo agli altri? La Portella non è tua”.
“Mia, finché sono qui. Vattene, Plinio, io non l’ho con te. Li vedi dove si sono cacciati? Li mando via con un fiato. Puff!.
“Sono troppo buoni con te Stizzino attaccabrighe, imbecille?”.
“A me imbecille?”.
“Cento volte imbecille!”. Ero acceso; mi si erano offuscati gli occhi, ma lui, Stizzino, lo vedevo, anzi non vedevo che lui, da prima indeciso, poi tremante di rabbia ed infine, infuriato, agguantare le pietre.
Gli fui sopra prima che avesse avuto il tempo di alzare la mano. Ne fu sconcertato, irritato di più e cominciò la lotta. Fu una lotta disperata, a pugni ed a calci, alla muta.
Io ero più forte di lui, paravo quasi tutti i colpi e lo gettavo a terra, perché non volevo fargli male. Egli tirava, agile e felino, davvero. Fui tentato più volte di calpestargli i piedi nudi, con i quali martellava le mie gambe, ma mi contentavo d’imprigionargli le mani, dargli una stretta e piegarlo a terra.
Cadeva e si rialzava più inviperito di prima; cadeva e si rialzava ed il giuoco continuò per un pezzo; poi, perduta la partenza invece di piegarlo a terra, lo scaraventai contro il muricciolo. Cadde e rimase seduto sul selciato e, invece di adirarsi di più o piangere, si mise a ridere forte, un riso forzato che voleva essere pianto, ma doveva essere riso, perché Stizzino era furbo e temeva di essere svergognato dai ragazzi che l’avrebbero saputo.
“Ah! ah! Plinio, hai vinto. Ma che hai vinto? Stasera non passeranno di certo. Dove sono?”.
Mi voltai, sperando di vedere far capolino al cantone qualcuno dei compagni. Nessuno. Erano fuggiti. Ebbi una puntura al cuore, con un senso d’amarezza dispettosa. “Che vigliacchi!” pensai e, guardando Stizzino che rideva: “Passeranno domani sera; tè lo dico io; per forza, a tuo dispetto passeranno”.
“Ma domani io non ci sarò”.
“Perché?”.
“Perché non ci sarò; tu potrai condurne quanti ne vuoi; ma quando tu non ci sarai, li farò scappare con un soffio. Puff!
Sono vili; non so perché ti sia messo con loro contro di me, tuo cugino. Mia madre e tua madre sono cugine vere; lo sai o non lo sai?”.
Si alzò di scatto, mi prese per un braccio e mi tirava piano, avviandosi verso il Castello. Parlava sennato come un uomo, mi diceva storie allegre e tristi delle sue avventure. Era stato espulso dalla scuola, dopo la rottura di un calamaio pieno d’inchiostro, che aveva macchiato banco e pavimento e rovinata la giacca del compagno vicino. Aveva preso pazientemente le sferzate del maestro e quelle più violenti di suo padre. Meglio per lui andare ad aiutare la mamma, ai poderi nella valle, dove i gelsi e le ciliege erano maturi, dolci come il miele. “Ah! dovresti vedere la bellezza di quegli alberi, salir su, abboccare direttamente i frutti! “Si leccava le labbra con la lingua e riprendeva: “Ci dobbiamo andare insieme a quei poderi, quando non c’è nessuno; soltanto tu ed io. Ci divertiremo. Andiamoci domenica! Sì, domenica dev’essere, eh, Plinio!”.
Ci separammo fraternamente: “A domenica, vicino al forno, davanti alla casa di Maria della Baccotta.

< Fanciullezza a Montefumo cap 22>

IL RE DELL’AVELLA

Mi aspettava seduto sul secondo gradino della scalinata, a destra del forno di Pietro Chiella. Aveva i calzoni nuovi di felpa giallognola e le scarpe bruciacchiate dal sole, camicia verde, senza maniche, le braccia ed il capo nudi.
Appena mi vide, si alzò e mi venne incontro a prendermi per mano, come un suo fratellino. Tenendoci per mano, andammo fino al margine della spianata e ci fermammo a guardare la costa, la valle, i monti vicini e lontani.
Era la terza domenica di giugno, d’un limpido azzurro luminoso. Per la costa, dal margine sotto i nostri piedi, cardi e malve, erbe e fiori di cento specie e colori, affoltati insieme facevano selva fino ai seminati; poi, grani, vigneti, frutteti, fino al torrente, nascosto dai pioppi.
La campanella della chiesa squillò, chiamando alla messa delle otto, destando i piccioni sul tetto, che starnazzarono in alto, e si raccolsero, come una nuvola in cielo, stuolo fluttuante di ali luminose, che salì alto, più alto; si piegò, si restrinse, si allontanò dalla costa, sulla valle feconda, ninnante silenziosa al sole.
“Guarda alla curva del torrente, la vigna ed il grano davanti ai pioppi! Quegli alberi son tutti ciliegi e gelsi. Andiamo! “Stizzino allungò le braccia in aria e fece un salto sui cardi presso il margine. Io mi mossi per girare alla via, ed egli: “Dove vai? Vieni dietro a me! Per la via perderemmo tempo”.
A salto a salto, per la selva di malve, cardi e male erbe, ci precipitammo fin sopra il muricciuolo del primo podere, un lago di spighe verdi.
“Ora prendiamo la via” dissi, esitando a disturbare quel campo immobile di spighe silenziosamente lattanti al sole.
“Che via! saltiamo nel grano!” rispose Carletto, ridendo.
“Questo podere è di mio zio. Dovrebbe essere di mio padre, mio, ma ci fu usurpato”.
Saltò dal muricciolo nel grano, ed io appresso a lui che apriva il solco ed affondava spesso sotto le spighe ancora tutte rugiadose.
Un altro muricciolo con siepe, ed un altro salto nel podere di sotto. E Carletto: “Questo è del fratello di mia madre; doveva essere nostro, ma alla morte di mio nonno, le partizioni non furono fatte giuste, e se lo prese mio zio”.
Sormontiamo un altro muretto a secco e giù nel terzo podere: vigna e frutteto, con ciliegi carichi di frutti maturi, rubini stillanti di rugiada.
“Che belle ciliege!”.
“Non qui, non qui,” si affrettò a dirmi Carletto. “Ci vedrebbero dal paese. Questo è il podere di un ladro, lo conosci? Alberto Sarno. Se lo prese da mio nonno per un sacco di grano”.
E via, da podere a podere, fino al dosso, dove comincia la piega della conca dell’Avella, tutto era suo, cioè del nonno, del bisnonno, degli zii, delle zie, dei cugini e delle cugine del padre o della madre.
“Fermiamoci un momento!” Guardò dietro, ai lati, davanti e, puntando il dito al piano della conca fruttifera, disse con in sorriso sardonico: Non so perché mio padre si ostini a far scarpe, quando c’è tanto ben di Dio. Ecco, io, oggi, mi posso dire Re dell’Avella”.
Tutto suo, suo: Re dell’Avella! Io sapevo altrimenti, ma Stizzino era così serio nel suo parlare che io non osavo obbiettare ai suoi vantamenti. Perché avrei dovuto contraddirlo? Meglio credere o fingere di credere, per non aggravarmi la coscienza.
I ciliegi e i gelsi erano nel grano, piccoli e grandi fusti e ciuffi rosso-verdi e bianco-dorati; decidemmo pei rossi e corremmo ad abbracciare un ciliegio. Su, su, uno dopo l’altro, sullo stesso albero, dove ci separammo, nel folto dei rami carichi di frutti. Ad una ad una, a due, a tre in bocca le ciliege fresche e saporite,. Quando fummo sazi, cominciammo a sfilarle giù, non per dispetto, ma per il piacere di vederle cadere, a ciuffetti, sulle spighe verdi, che piegavano sotto il peso e le facevano scivolare a terra.
Stizzino cominciò a cantare ad alta voce, ed io a fargli bordone, strombettando con le labbra melate. D’un tratto, Stizzino cessa di cantare, salta come un uccello di ramo in ramo, si avvicina al tronco e giù, rapidamente.
“Cos’è? Carletto, cos’è?”.
Come per istinto, mi precipitai anch’io dal ciliegio, e via, dietro Stizzino: una corsa precipitosa di mezzo chilometro, per grani, vigneti, siepi e anfratti, finché lo vidi sedere, tutto affannato, nell’erba folta d’un valloncello.
“Che cos’è? Dimmelo; perché questa corsa?”.
“Oh! niente, Plinio, niente. Ho visto mio zio che scendeva per la china e sono scappato per non farmi vedere. L’avrebbe detto a mio padre, e mio padre, sai, le mena sode, anche senza ragione.
“Eravamo nel podere di tuo zio”.
“No; nel mio, tutto mio; non ci pensare”.
Affondato nell’erba, con un senso sconfortevole di paura, io cominciai a pensarci davvero, seriamente. Ero quasi certo che Stizzino mi aveva condotto a rubare. E se fossimo stati colti sul fatto? Maltrattati dai padroni, rapportati a casa, svergognati, disonorati!
“Carletto, cugino, torniamocene al paese; siamo già sazi.
Mia madre, a cui non ho detto nulla, forse a quest’ora mi cerca.
Se torniamo adesso, troverò facilmente una scusa per acquetarla”.
“Oh baie! Plinio, non abbiamo provato i gelsi. Prima un po’ di gelsi. Sono carichi e tanto maturi che si perdono a terra.
Non c’è bisogno neanche di salire sull’albero. Non ti alzare; siedi che non ti vedano; allungati sull’erba, qui, accanto a me.
Discorriamo!”.
Quante ne disse di vere e quante ne inventò? Parlò dei suoi giuochi, delle perdite e dei guadagni, della palla che egli sapeva tirare da maestro, piano, accompagnandola col fiato, sino al fossetto centrale pieno di soldi. Disse delle carte che giocava con Sebastiano ed Alberto, suoi vicini; della maledetta scuola, del calamaio, della valentia di suo padre, come calzolaio delle signore, dell’esperienza di sua madre, grande lavoratrice nei campi, che producevano molto di più della bottega, in cui lavorava suo padre e i suoi due fratelli maggiori.
E diceva, diceva; ed io zitto. S’acquietò di botto, si alzò sulle mani e i piedi, ed andò carponi fino all’orlo del canale. Là si raddrizzò per guardare, scrutò con gli occhi intenti tutta la valle e chiamò: “Plinio, vieni appresso a me!” E si avviò, aprendosi con le mani il passaggio nel grano più alto di lui.
Andava sospettoso, guardingo, spiando in punta di piedi sopra le spighe, ed io dietro i suoi passi, turbato dalla coscienza che mi diceva: “Ti fai condurre a rubare? Un pezzo di terra c’è in questi dintorni, pieno d’alberi fruttiferi. Ciliegi e gelsi possono essere suoi; ma perché tanta paura? e, così pensando, lo seguivo, tra le spighe che mi sbattevano in faccia.
Arrivammo sotto un gelso, senza che io me ne fossi accorto.
Foglie verdi-dorate, frutti d’argento.
“Mia madre verrà domani a scuoterli sul lenzuolo sospeso sulle spighe; non dobbiamo rovinare il grano. Va su piano, senza smuovere troppo i rami. Una leggera scossa e piovono a terra a centinaia… Va su; io resto a pizzicarmeli dai rami inclinati. Su!”. Salii. Col petto poggiato ad uno dei quattro bracci del gelso, afferravo l’asta più vicina, spiccavo e mandavo giù.
“Che te ne pare; sono buoni?”.
“Ottimi, freschi e dolci”. Non avevo finito di pronunciare la terza parola che vidi Stizzino lasciare il ramo che teneva con una mano e scappare come una saetta.
“Che c’è?” Non aspettai la risposta; mi precipitai dal gelso e via, dietro Stizzino che non si vedeva più, non si sentiva più.
Dalle voci mi accorsi che due uomini andavano verso il gelso, dal quale io ero saltato.
Io, tutto affannato, correndo, me li sentivo sopra e, temendo d’essere scoperto, entrai in una siepe ad acquattarmi, in silenzio. immobile, senza respiro. E, intanto, sentivo: “È scappato; corri; raggiungilo! Ammazzalo! Dev’essere lui, il brigante, Stizzino, scappato or ora, non può essere che lui”.
Il più giovane correva per il viottolo; passò furiosamente davanti alla siepe, dove io ero nascosto e si fermò a guardare e ad ascoltare. L’altro uomo, poco lontano dal gelso, borbottava: “Che brigante! se mi capita nelle mani, gli farò la festa. Gliene darò tante che gli passerà per sempre la voglia di manomettere ogni cosa nella valle. Rami spezzati, grano calpestato, è un diavolo. Bisogna prenderlo assolutamente, o rovina tutto. Michele, l’hai visto? C’è? L’hai preso? Tienilo!”.
E Michele, a dieci passi dal mio nascondiglio: “E si che vorrei prenderlo; ma dove lo trovo adesso? Scappato e scomparso come un demonio. E, poi, erba, grano, cespugli! Si sarà nascosto in un canale; ci vorrebbe un buon cane per scovarlo”.
L’uomo sotto il gelso si mosse verso Michele ed insieme si fermarono pochi passi lontano dalla siepe dove ero io. Un terrore di morte mi teneva paralizzato in quel nascondiglio; sudavo freddo. Quei due uomini erano così vicini che ne udivo il respiro, ne vedevo le facce contratte dalla rabbia, gli occhi accesi dalla collera, i muscoli tesi, pronti a colpire, senza misericordia.
“Ed è scappato anche oggi! Ero venuto col presentimento di trovarcelo. Oh, quante gliene avrei date! Figlio di … Ma no; la madre è una santa donna; il padre un galantuomo; è lui, solo lui il mal creato!”.
“Ma via, Giuseppe, non ti amareggiare per quattro gelsi che non valgono un soldo. E’ ragazzo, e tu, se ricordi, come io di me, sei stato anche ragazzo, e ne hai fatte più grosse di lui”.
La voce di Michele, tornato in se, m’era di sollievo in quella siepe soffocante, ma Giuseppe era ancora irritato.
“Sì, siamo stati ragazzi anche noi, ma come quel brigante, mai più. C’è limite a tutto. Tu non sai che conduce seco dei compagni e fa da padrone come se fosse davvero il Re dell’Avella?”.
Non si muovevano, ed ogni minuto in quella siepe era per me una eternità di spavento. E se mi vedono? O Dio! mi veniva da tossire. Un filo d’erba mi entrò nella narice e mi morsi le labbra a sangue per non starnutire. Non erano le busse o la morte che temevo; era la vergogna, il disonore.
“Brigante, ladro, diavolo” erano parole che cadevano come colpi di bastone sulla mia testa, mi ferivano il cervello e 1’anima”.
Ed altro dissero che io non riuscivo più a capire, perché ero tutto inteso a raccomandarmi a Dio. “Dio mio, falli andare!”.
Non me ne accorsi quando si mossero di là. Come sveglio da un terribile sogno, mi parve di vederli scendere verso la vigna, al piano della valle.
Movendo accortamente mani e piedi, lento, senza fare il minimo rumore, me ne uscii dalla siepe e, stordito, affannato, riuscii a sbucare nella via. Con gli occhi accecati dal sudore, che non riuscivo a tergere col dorso della mano, salii la via polverosa, fino alla scorciatoia, sotto la spianata, donde eravamo partiti.
Lì trovai Stizzino, seduto su di una pietra, coi gomiti sulle ginocchia e la faccia nelle mani. Mi guardava e rideva d’un riso simpatico che diceva: “Che vuoi? Son cose che capitano a chi si avventura”.
“Li hai sentiti? Dov’eri nascosto?”.
“Dietro la macerie. Se ti avessero toccato, li avrei lapidati!”.

< Fanciullezza a Montefumo cap 23>

IL PEZZENTE

“Zitto o chiamo il pezzente!” e i bambini capricciosi subito si acquietavano, guardandosi attorno con occhi spaurati, gocciolanti lagrime sul naso. Non ricordo se io abbia mai avuto paura del pezzente. Chiassoso e impertinente, io le prendevo spesso e sode dalla mamma, che non aveva punto bisogno del pezzente per farmi quietare. “Zitto o torno con la frusta!” Ed era finito col mio pianto.
Pezzenti, streghe, maghi erano sulla bocca della nonna affabile e dolce con i più piagnucoloni. Non minacciava mai di chiamare nessuno a castigarci e farci male; c’incantava raccontando favole di bambini puniti e guasti per cattiverie, pianti e strilli senza ragione. Tutti gli storpi di Montefumo – zoppi ciechi sgobbati sfigurati – erano vittime di pezzenti, maghi e streghe.
“Entrano come un soffio per le fessure delle finestre e delle porte, a notte alta, quando tutti dormono, si accostano ai ragazzi e li storpiano, torcendo loro il collo o la schiena, le gambe, le braccia, le spalle; pungendo loro le orecchie per assordirli, gli occhi per accecarli. Lilla, la nana sgobbata, nacque bella e ben fatta; cresceva sana e forte; una mattina fu trovata in un barile sfondato, storpiata da una strega. Carmino Sirocco, quel disgraziato che va con le stampelle trascinando una gamba secca per le strade, fu preso da un mago che gli succhiò il midollo delle ossa. Mariuccia Genzano, quella donna che porta sempre il velo sulla faccia, perdette il naso infettato dal morso di un pezzente, che la rapì e se la portò in una grotta della Montagna Grande”.
Il Pezzente era il più temuto di tutti i fantasmi, per una decina d’anni venne impersonato da Struscio, un vecchio rivendugliolo, alto e magro, unto e bisunto, che batteva le strade tutto il giorno e la sera si ritirava in un chiusino sotto il ballatoio di un vicolo della Terrazza. Appena usciva dal chiusino, con la sua cassetta piena di trine, nastri, spilli, filo, aghi, pettini, pezze e ritagli, lanciava li suo grido: “Aspetta ca mo’ vengo! Aspetta ca mo’ vengo!” in capo ad ogni strada con voce stridula ed acuta che arrivava ai più riposti nascondigli delle case e solleticare le femminucce ad uscir fuori dalle case per le piccole compre.
Struscio prendeva soldini, uova, grano, ceci, lardo, cacio, finanche patate per la merce che spacciava. Era gioia e diletto delle contadine, con le quali, barattando, cantava, saltellava, contava favole ed aneddoti spiritosi e salaci che facevano fermare e ridere anche gli uomini.
“Aspetta ca mo’ vengo!” I più piccoli correvano a nascondersi sotto il letto, chi per paura e chi per ischerzo o per far paura ai timidi creduloni. “Zitto, lo senti che viene!” e i piagnoni zittivano.
I più grandetti, quand’era passata la paura o non divertiva
più il giuoco del pezzente, andavano ad incontrarlo in capo alle strade e gli giravano attorno: “Struscio, Struscio, come uscì dal guscio? La storia di Baccellino, la storia di Baccellino, ce la vuoi dire?” Tutti in coro: “Baccellino, Baccellino!”.
Il vecchio straccione si fermava, posava la cassetta sul bastone, alzava la faccia illuminata da un sorriso che lo rendeva simpatico e diceva: “La Fata Pratolina fece un uovo, un piccolo uovo verde e giallo, e andò a posarlo nel nido di una pavoncella in mezzo a tre altre uova, per farlo covare. La pavoncella non se ne accorse e, con le sue uova covò anche quello della fata.
“Finita la cova, tre uova si aprirono e misero fuori tre uccelletti spennati, e quello di mezzo cominciò a rotolare pazzamente nel nido. Rotolava e rotolava come se avesse voluto gettarsi dal nido, che era incastrato in una forchetta di ramicelli con ciliege mature. La pavoncella non sapeva che fare; cercava di tenerlo nel nido, riparandolo con l’ala, finché impazientita gli menò una beccata. L’uovo si ruppe e ne venne fuori un pupattino vestito di giallo, verde e rosso, non più grosso d’un ditino di una bambinella appena nata.
“La pavoncella s’impennò e stava per volare via”. Ferma, ferma!” disse il pupattino: “con Baccellino; getta il guscio e guarda giù!”.
“La pavoncella, stupita, si trattenne, prese il guscio col beccuccio e lo buttò guardando giù. Il guscio andò a cadere nella bocca di un serpente nero nero, che veniva su per mangiarsi gli uccellini. Il serpente chiuse la bocca e, spaventato, fece un fischio e fuggì, saltando e strisciando al bosco.
“La pavoncella, con le penne arricciate ancora dalla paura, alzò la testina per ringraziare il salvatore dei suoi nati e non ve lo trova. Baccellino s’era buttato giù dall’altra parte e, a salto a salto, come fanno le cavallette, s’era posato sulla più tenera foglia di un cavoluccio, all’orlo di un orto, vicino al quale pascolava una vacca. Era una bella vacca, chiamata Giovenca, che senza figli e senza latte, si allontanava spesso dal branco e danneggiava, pascendo, seminati ed orti. Il padrone l’aveva venduta al macellaio per farla ammazzare. Ed ecco il vaccaro, che era venuto a prenderla, la coglie col cappio alle corna proprio al punto che essa aveva steso il collo ed inghiottito il cavoluccio con Baccellino addormentato. Giovenca s’impenna, sobbalza furiosa, con tali scosse che Baccellino si sveglia dentro lo stomaco, indovina tutto quel che succede e potrebbe succedere e grida:
“Ruttami fuori, Giovenca, lesta!.
Bisogna scioglierti quel cappio in testa,
o ti faranno, ahimè! la festa!”.
“Giovenca rutta fuori il cavoluccio con Baccellino che, d’un salto, va ad appendersi alla falda del cappello del vaccaro, vicino all’orecchio. Quel che gli disse non si sa. La giovenca sciolta, s’innamorò di Toro Allegro, fece un vitellino e diede latte. Il Vaccaro fortunato sposò la figlia del padrone. Fondina, bella come il sole”.
Un’avventura nuova ogni giorno, Baccellino salvatore mirabile di ragazzi, uomini, donne, d’animali in acqua, terra e cielo, dette con calore luce e grazia inimitabili; con chiusa sempre allegra, dopo la quale, con uno sgambetto ed una buffonata si aggiustava la cassetta sulla pancia e ricominciava a muoversi: “Aspetta ca mo’ vengo! “E i ragazzi dietro a tirarlo per la giacchetta: “Zi Lui! Zi Lui!”.
Struscio si fermava spesso alla taverna di mio nonno, che gli dava sempre da bere. Conosceva molti Zingari che venivano di lontano e parlava come se fosse stato uno dei loro. Sapeva la natura ed il valore di tutti gli animali, ai quali parlava carezzandoli, come faceva coi ragazzi.
Mio nonno gli voleva bene e ne diceva sempre bene. “Luigi è stato coi briganti nei boschi, in carcere, a soldato, in guerra, spensierato ed allegro sempre; ha patito fame e freddo, ma non ha rubato mai un centesimo, non ho ucciso mai una mosca.
Gli animali l’han conosciuto e lo conoscono più degli uomini; i cani più arrabbiati non sgrignano, non danno un abbaio quando Luigi Struscio passa”.
Un giorno comparve sulla strada con una cagnetta ammaestrata a fare giuochi strani. Era una cagnetta bianca, pulita, lucida, col nasetto nero e gli occhi mobili e vivaci; gli trotterellava dietro e davanti, con le orecchie tese, attaccata a una cordicella, che egli tirava a sé per non farla accostare e macchiare da altri cani.
“Reginella, su due piedi!” E la cagnetta s’alzava stirando
le gambe posteriori, piegava le zampetto anteriori sul petto e girava il musino e gli occhi attorno. “Reginella, la tarantella!”.
E la cagnetta ballonzolava su due piedi al suono che Struscio faceva con la bocca.
Noi ridevamo beati ,a quei giuochi e cercavamo confetti per vederla ‘saltare in aria. Struscio l’amava come una figliuola. Guai a toccarle la coda! “No, piccini, non me la toccate!” E a chi era sordo alle preghiere minacciava mulinando il bastone.
“Aspettate ca mo’ vengo!” E Struscio non venne più. L’aspettammo invano gridando noi stessi ai cantoni in capo alle strade “Aspetta, aspettate ca mo’ vengo!”.
Era morto. Lo trovarono morto una mattina, con la cagnetta a lato che lo piangeva, ululando, guaiendo, abbaiando.

< Fanciullezza a Montefumo cap 24>

PORCI CORRIDORI

Le case di Montefumo consistevano, per lo più, di un sottano un soprano ed un chiusino, sottoscala. Il sottano, anche quando era abitato, serviva da magazzino, cantina e stalla. Il soprano fatto a stanze, conteneva cucina, sala da pranzo e camere da letto; rimasto tutto un salone, era insieme cucina, refettorio, salone e dormitorio. Il chiusino, quando non era occupato da qualche poverello, serviva da pagliera, da legnaia o da porcile.
Porci a Montefumo ce n’erano a centinaia. Ogni famiglia aveva il suo se lo cresceva di primavera e d’estate, lo ingrassava nell’autunno e l’uccideva nell’inverno per farne lardo, sugna ventresche, prosciutti e salami, la grascia della casa per tutto l’anno. Il porco era la bestia più cara della famiglia. Chi non aveva chiusino se lo cresceva in casa, soprana o sottana che fosse.
Le massaie sapevano sempre quali e quante scrofe erano figliate il numero dei porcellini in vendita veniva proclamato dal vecchio banditore ad ogni cantone di strada e le massaie andavano o mandavano a comprarne, ognuna il suo, che allevava in casa, con broda di farina gialla e crusca, con patate cotte e pestate in truogoli e scodelle.
Passato l’inverno, i porci, piccoli e grandi, castrati o non castrati, erano affidati ai porcari. I porcari, al mio tempo erano quattro della stessa famiglia: il padre, basso e tozzo, con faccia setolosa sotto un cappellaccio arrugginito, giacca e pantaloni di pelle untuosa; la moglie, molto più alta di lui, tutta sbrendoli, grinze ed ossa; il primogenito tarchiato come suo padre, ma pulito e rubicondo; il secondo pallido e sottile, come sua madre.
I porcari prendevano cura di quasi tutti i porci di Montefumo, da marzo a novembre. Prima che cominciasse la primavera, padre, madre e figli, ognuno pel suo quartiere, andavano di casa in casa a prendere i porci. Li tiravano fuori dai chiusini, dai sottani e dai soprani ad uno ad uno. I piccoli se li portavano grugnanti sulle braccia; i più grandi se li tiravano dietro, con funi e cordicelle, finché facevano branco e potevano sciogliersi e farli trotterellare, tutti insieme, fuori l’abitato, ad una mandra, steccata e barricata di spine. Lì, asserragliati per un’ora, facendo una musica strana di grugniti e strilli, i porci, muso a muso, si affiatavano, facevano conoscenza fra di loro, si strofinavano l’un l’altro per simpatia, si azzannavano per dispetto ed avversione.
A sole alto, i porcari aprivano il cancello spinoso e menavano i porci ai pascoli, per le terre incolte della costa e per i dorsi della montagna. Ovunque andavano, i porci lasciavano tracce del loro passaggio: zolle capovolte, buche scavate col grifo in cerca di radici mangerecce, pozze d’acqua torbida e motosa, nella quale si erano rivoltati ed infangati piacevolmente.
Prima del tramonto i porcari menavano i porci alla mandra, li separavano in quattro branchi ed ognuno si spingeva avanti il suo, per il quartiere assegnato, riconsegnandoli, casa per casa alle padrone pronte con truogoli e scodelle piene di farina e crusca bollita, di patate cotte e pestate e di altre brodaglie che i porci si pappavano con avidità furiosa.
I porci checché si dica, sono intelligenti ed imparano presto. Dopo il pasto mattutino erano ansiosi di uscire a svagarsi. In quei giorni apprendevano ad uscire ed a tornare a casa. Rispondevano al fischio del porcaro con grugniti ed uscivano soli dai chiusini, dai sottani e dai soprani. Scendevano, cauti, le scalinate e correvano ad unirsi al branco e a trotterellare verso la mandra.
Dopo una settimana non c’era più bisogno di mandra, perché i porci si tenevano tutti insieme a branco, all’aperto, fino ai pascoli, dove il cane si toglieva davanti e li lasciava sparpagliare. Non c’era più bisogno di dividerli la sera e guidarli ai loro quartieri; i porcai li menavano, tutti in un branco, al Largo della Croce, all’imbocco delle tre vie principali di Montefumo e a comando, con un grido, con .una scudisciata all’aria, li sbandavano I porci ammutiti, col muso a terra, correndo alla cieca, prendevano la più breve verso casa, pregustando la pappa già pronta in truogoli e scodelle.
Era pericoloso camminare per quelle tre strade durante la ritirata dei porci galoppanti. Le strade non avevano marciapiedi ed uomini, donne ragazzi erano costretti a ritirarsi a destra o a sinistra accosto ai muri. Spesso, i cani, attratti e disturbati dal rumore dei zoccoli, rincorrevano i porci abbaiando rabbiosamente, ed erano travolti e si ritiravano guaiendo. Di tanto in tanto, qualche bambino sorpreso in mezzo alla strada, veniva investito e pestato.
Una sera di giugno correva la voce che un porco aveva rapito una ragazza e se l’era portata a casa. Si rise e, ridendo ognuno contava la sua, colorandola di suo gusto. Io la ricordo cosi: “La figlia di Matteo, l’ortolano dei Valli aveva diciotto anni. Alta, bruna, faccia di rose, petto gonfio, anche grassette su gambe sottili, era ammirata e .sospirata da contadini e terrazzani.
Quella sera, come tutte l’altre sere, tornava dalla campagna con un canestro di ortaggi sulla testa. Saliva pei gradini della Via dei Fossi sollecita e diritta, con le mani alla cintola, che raramente portava su, al canestro equilibrato sul cercine. Ed ecco che sente lo zoccolìo dei porci che le corrono dietro. Senza scomporsi allunga la gamba destra per togliersi di mezzo e ritirarsi al muro.
In quel punto un gran porco setoloso le si fissa sotto e la solleva sul dorso. Ligia getta un grido e si aggrappa alle setole del collo. Canestro ed ortaggi van rotolando per terra, ma essa resta a cavallo, cessa di gridare e bada a tenersi ferma per non cadere e svisarsi sulle pietre della strada.
Il porco galoppa come se nulla fosse; non bada a chi accorrendo gli si para davanti; fila diritto al truogolo che l’aspetta alla porta del chiusino. Là soltanto Ligia potè smontare e, senza volgersi attorno, fuggì a casa, dove rimase tappata per un’intera settimana.
La cavalcata di Ligia, a noi ragazzi dai nove ai dieci anni, non fece molto impressione, ma ci aprì la mente ad un nuovo giuoco.
Spesso spesso eravamo stati tentati a gettarci con la pancia addosso ai porci in corsa, facendoci trasportare quattro o cinque metri per la strada, ma nessuno aveva mai pensato che i porci si potessero cavalcare regolarmente.
Il giorno appresso, dopo scuola, facemmo crocchio al Largo del Mercato sopra i Fossi e, parlando della cavalcata di Ligia, pensavamo di avventurarci noi a cavalcare i porci. C’era uno sguaiato più grande di noi che diceva di Ligia senza mutande, di strofinamenti di setole e scorticature e ci faceva arrossire ed ammutire. Noi eravamo interessati a certificarci se avessimo potuto cavalcare i porci, senza pericolo di essere azzannati. Ognuno col suo parere, e si rideva, quando Mango cominciò a saltare, canticchiando:
” Oili! oilà!
Mingo solo cavalcherà”.
Proprio lui! e tutti a ridere. Mingo aveva fegato, ma corto e tozzo, non sapeva reggersi. Era caduto cento volte dall’asinella di sua nonna che, punzecchiata, sobbalzava capo e culo, e lo gettava sulla via della fontana. Il cavallerizzo ero io che, andando con Mingo e gli altri ad attingere l’acqua alla fontana, montavo sul basto e mi tenevo dritto tra i barili sonanti della bestia sfuriata alle punzecchiature di Mingo.
“Oilì! oilà!” Ed il giuoco cominciò presto. Corremmo ad appostarci alla Brecciara. Non aspettammo a lungo. La fila dei porci, dai più grandi ai più piccoli, saliva galoppando. “Oilì! oilà!” Mingo fu davvero il primo a gettarsi sul secondo porco, e primo rotolò ridendo contro il muro. Altri caddero dopo di lui. Peppe Ciruolo riuscì a montare e smontare in salvo. La mia cavalcatura si accosciò, mettendomi a sedere violentemente sul selciato. Fu il giuoco di mezzo minuto, sobbalzi e capitomboli che ci divertivano.
La sera seguente andammo ad appostarci alla Via dei Fossi.
Slanci, salite, cadute; Francesco Colacone e Roberto Bianchi riuscirono a cavalcare i loro ronzini cinque o sei metri. Io? anche coi porci ci vuoi fortuna! il mio porco si accosciò di nuovo e mi rimase con la pancia a terra ad essere pestato da un altro porco.
La terza sera, al corso, di dieci cavalieri, tre soli montarono, ed io fui uno dei tre. L’allenamento continuò per tre settimane, ora su l’una, ora su l’altra strada. Alcune donne si erano accorte del nostro giuoco; ci avevano sgridato minacciose. Noi cambiando strada e luoghi cercavamo di scansarle e continuammo ad allenarci, finché Mingo riuscì a montare ed a reggersi sul suo ronzinante da un vicolo all’altro.
Nelle case si parlava di scapestrati che molestavano i porci.
Noi stessi, quindici, avevamo sentito dirne delle brutte, che ci facevano tremare il cuore. Bisognava finirla. Sì, domani l’ultima sera; tutti al Corso!
Arrivammo, l’un dopo l’altro, come per caso, alla chetichella, e ci mettemmo in fila con le spalle ai muri; otto di qua, otto di là. Sedici! e Mingo non c’era. I due novelli appostati con noi erano Aristide, figlio del segretario comunale ed Aurelio, figlio dello scalpellino. “Andatevene! voi non sapete il giuoco; potreste farvi male!” Pregammo invano. S’impuntarono, ostinati ad aspettare. “Aristide, Aurelio, andate via! vengono! c’è gente, sarete presi!”.
I porci salivano galoppando in fila, e noi pronti. Montammo tutti, ma, ahinoi; gridi, sassate, minacce di frusta! Smontati in furia, scappammo, disperdendoci poi vicoli più vicini. Aristide ed Aurelio che non s’erano mossi dai muri e ridevano della nostra disavventura,
furono presi, maltrattati e denunziati. Bravi compagni, espiarono per noi.
Nessuno volle credere alla loro innocenza, perché si ostinarono a non
fare i nostri nomi!

< Fanciullezza a Montefumo cap 25>

LA MEDAGLIA

Quando tornai a scuola ai primi di ottobre, tutti mi adocchiavano sorpresi: “Come ti sei fatto grande!”. E forte pensavo io. Per mostrare la mia forza alzavo pesi che facevano strabiliare i miei compagni. Anche mia madre, compiaciuta e sorridente, diceva: “L’uva ti ha fatto ingrassare”.
Al principio della prima settimana di scuola, il maestro disse che il sindaco ed il consiglio municipale di Montefumo avevano deciso di assegnare attestati di buona condotta e medaglie d’onore, tre medaglie per i tre ragazzi che avrebbero avuto i migliori punti, alla fine dell’anno scolastico.
Il primo mese non me ne curai; l’attestato! la medaglia! che dovevo farmene io? Ma, quando mi vidi balzato dal secondo al settimo posto, me la sentii male. Mi parve strano che il figlio del sindaco fin là un asinone dell’ultimo banco, fosse al primo posto, dal quale Zeccolino era disceso al quinto. Ne rimanemmo tutti sconcertati. Un vago sospetto ce l’avevo, ma quella faccia di luna piena del nostro maestro, un prete austero e solenne, mi distoglieva dal pensar male!
“Rodrico al primo posto e un’indecenza” dicevo il giorno appresso a Zeccolino. “Colpa nostra: non deve succedere più. Bisogna darsi da fare, per ritornare dove eravamo. Non bisogna parlare in classe. La chiacchiera e quella che ci offende. Hai capito? Bisogna ritornare ai nostri posti”.
Il secondo mese, io al primo posto, Zeccolino al secondo e Rodrico al terzo. Come mai al terzo? Se non sa mai nulla!
Il sospetto crebbe, ma che diamine! il maestro che ci aveva fatto scuola anche l’anno avanti s’era mostrato sempre giusto.
Chiamai a raccolta i più fidi compagni e dissi loro che si doveva
sbalzare quel signorino, o la medaglia sarebbe andata proprio a lui. Io non volevo per me, neanche la terza medaglia; ma non potevo soffrire che la prima fosse assegnata a lui, soltanto perché era figlio del sindaco. .
Il terzo mese uno scompiglio: il timido, pallido mingherlino Cocciardi al primo posto, Rodrico al secondo, Zoccolino al
terzo od io al quarto. Mi aveva rovinato una lezione di geografia,
che io sapevo a memoria, parola per parola. Al maestro non piacque il modo ch’io tenevo nel puntare la bacchetta alla carta geografica. Ci piansi, senza proteste. ,
E seguitò lo sforzo e la .gara senza frutto. Rodrico al principio d’ogni mese era al primo, secondo o terzo posto. Che il maestro lo favorisse era evidente; non lo interrogava mai prima degli altri ma quando tutto era stato detto e spiegato.
Eppure non bisogna dargliela vinta! Molti compagni venivano a casa a consultarmi per solvere problemi dì frazioni e regole del tre semplice e del tre composto; io andavo da Zeccolino a rivedere gli
scritti e la memoria.
I più irritati erano i ragazzi che l’anno avanti l’avevano avuto vicino all’ultimo banco, ed ora lo vedevano montato su, senza sforzo e senza merito. Mingo che era stato sempre l’ultimo non se n’era curato, sputava fiele, “Badate, non bisogna parlare; bisogna fare, lottare senza scoraggiarsi”.
“Non è migliore di noi; dunque perché là?” Qualche parolina gliela sussurravano dietro; ed egli zitto, solo e disturbato.
Una sera, Mingo l’affrontò in piazza e glielo disse chiaro:
“Sì, perché tuo padre fa il sindaco!”.
Rodrico impallidì e si slanciò come una belva su Mingo, il quale, con tutto il suo coraggio, le diede, sì, ma l’ebbe pure prima che fossimo riusciti a separarli.
“Male, male!” dissi a Mingo, il giorno dopo. “Non bisogna insultarlo; egli non ne ha colpa; sa e non ne gode; non ne parla mai, perché ne soffre. Se tu non stai con la lingua e le mani a posto, non saremo più amici”.
E si tirò avanti fino ai primi di luglio. Negli ultimi mesi, il maestro sorrideva felicissimo quando, entrando nella classe, ci trovava tutti intenti a rivedere la lezione, in silenzio. Lo studio era diventato passione per tutti, entrava fin anche nei giuochi.
Facendo da soldati in guerra, ci davamo nomi di condottieri e re ed eroi, vittoriosi o caduti nei luoghi menzionati dalla storia.
Disegnando col gesso sulle pietre della via o sulle liste rocciose, tracciavamo linee di fiumi, di laghi, di monti, le regioni, le province, finanche i paesi più rinomati. Guardando le campagne ed il treno che scappava per le curve della valle, facevamo calcoli di misure e distanze, di compre e vendite, a cui si appassionavano anche i più negligenti.
Il primo luglio il maestro ci annunziò la data del giorno degli esami. “Studiate, l’ispettore verrà da Firenze, dove si parla il vero italiano; ci sarà l’intervento delle autorità cittadine e del pubblico. Possono assistere anche i vostri genitori, amici e parenti. Studiate!”.
L’ultimo sforzo s’era fatto, ma inutilmente. La media dei punti dava a Rodrico il primo posto, a Zeccolino il secondo ed a me il terzo. Il quarto, che sorpresa! fu assegnato al figlio del segretario comunale, un ragazzetto smilzo e lacrimoso che era stato sempre tra gli ultimi. Che farci? Ce la vedremo agli esami!
Lì non sarebbe stato soltanto il maestro a giudicare.
La mattina degli esami venne di fatti l’ispettore: un uomo alto ed asciutto, con gli occhiali lucentissimi ed una vocina stridula sì, ma simpatica. Parlava spedito, intercalando, dopo ogni domanda. “Ha capito, neh!” tanto che subito gli affibbiammo il nome che meritava – Signor capito neh!
C’era il sindaco con il segretario, la giunta, il dottore col naso adunco, artigiani e giovanotti, asserragliati fin sulla soglia.
Io non ero al mio posto. Il maestro, con parole dolci, insinuanti, mi aveva assegnato il settimo posto, al banco di mezzo.
“Oggi è giorno di battaglia” aveva detto “e tu devi aiutare gli altri, cercando di suggerire le risposte a quelli che s’impuntano. Il posto d’onore è al centro dell’armata”.
Il cambio non mi piacque. Al mio posto passò il figlio del segretario. Che potevo fare? Zitto; tutti i compagni sapevano e, poi, il maestro aveva detto che mi dava il posto d’onore. Onore! chi sa? Sentivo pungermi dentro. Vedremo! Vedremo!
Ho ancora vivo il ricordo di una serenità e prontezza di mente luminose. Risposi inappuntabilmente a tutte le domande. Il maestro, gira e rigira, fece cadere su di me il peso dell’analisi logica e grammaticale di un periodo del nostro libro di lettura.
L’analisi delle proposizioni principali e dipendenti, soggetti, verbi, attributi e complementi filò diretta e sicura, anche quando il “Signor Capito neh!” cercò di confondermi.
Quando alzai la testa dal libro, vidi e sentii il dottore dal naso adunco chiedere al maestro: “Di chi è figlio?”.
Zoccolino, declamando una poesia, provocò dei battimani, ed a me rideva l’animo a sentirlo recitare, dietro di me con molta grazia. E suona l’ora per il figlio di papà. Alla prima domanda sulle frazioni – il mio forte – s’impappinò; ma l’ispettore e poi anche il maestro cercarono di metterlo sulla buona via.
Niente. Non aveva capito mai nulla. Chiamato alla lavagna per la dimostrazione di un problema facilissimo, sbagliò cifre ed operazioni, e tutti “bene! bravo!”.
Era l’ora della rivincita, ed alzai la mano. “Dica, dica pure” fece l’ispettore, puntando un dito verso di me.
“Prego osservare che ci sono degli sbagli”. Il maestro mi fulminò con uno sguardo di fuoco. “Venga, venga lei a rettificare!” suonò la vocetta dell’ispettore. Senza essere intimidito dallo sguardo minaccioso del maestro, andai alla lavagna, indicai lo sbaglio, corressi, dimostrai e via al mio posto. Il pubblico mi parve ostile. Alla seconda domanda Rodrico la fece più grossa. Toccai col gomito il compagno a destra, pispigliando sotto la mano la risposta; e questi alzò la mano. Il faccione del maestro s’era fatto giallo; il sindaco si mangiava i peli del mostaccio.
Alla terza domanda – nubi, rugiada, gelo, brina – il figlio di papà stiracchiò con i denti una risposta sconclusionata. Diedi una gomitata al compagno di sinistra. “Non è corretto quel che ha detto”. L’obbiezione gelò il sorriso sulle bocche di tutti; l’ispettore, fastidito: “La dia lei la risposta corretta!”.
Luigi, imperturbato, disse e spiegò; ed il povero Rodrico scoppia, battendo il pugno sul banco, in una volgarissima bestemmia.
Costernazione generale! Poi, l’ispettore, il maestro, il dottore ed altri: “Avanti! Appresso! è niente”.
Tutti con premura a calmare Rodrico. Verità, giustizia, uguaglianza, bah! davanti a quegli spettatori io mi sentivo colpevole ed ero già pentito, ma, quando si sfollò la sala e Peppuccio di Lepre corse a gettarmi le braccia al collo, sentii dentro, insieme, lo sconforto ed il sollievo dei caduti. Fui il primo ad uscire dai banchi ed a lasciare la scuola.
Il giorno appresso, i più fidi tra i miei compagni vennero a dirmi: “Sai, Plinio, quando il maestro ti vide uscire dalla scuola, ieri, disse: “Plinio è caduto da valoroso” Che significa? Che cosa voleva farci intendere?
“Ci vuoi tanto a capirla? La prima medaglia andrà lo stesso al figlio del sindaco”.
Caduto da valoroso! – Lì vedo ancora quei buoni compagni, col muso lungo, afflitti e quieti, alla spiegazione del commento fatto dal maestro. Avevamo lottato contro l’inevitabile.
La medaglia era stata assegnata al figlio di papà al principio dell’anno scolastico; il povero maestro non aveva osato agire secondo i dettami della sua coscienza.
Il giorno della premiazione tutta la classe fu invitata ed andò al municipio; io solo, tranquillo, restai a casa. La mia assenza fu notata ed il maestro mandò Luigi a dirmi che andassi a fare atto di presenza. “No, Luigi, digli che non posso. Trova tu una scusa per me. Spero che tu ti diverta a quella farsa!”.
Luigi non rispose; sorrise, mentre nelle pupille gli passavano lagrime, e scappò via. Al municipio celebrazione solenne; inni suonati dalla banda e cantati dagli allievi di tutte le scuole, discorsi prima di dare gli attestati; discorsi prima di dare le medaglie. Quando il segretario chiamò Rodrico per appuntargli la prima medaglia al petto. Luigi non ne potè più, corse furioso in mezzo alla sala del municipio, stracciò il suo attestato e ne scagliò i pezzi, con parole grosse, verso il suo vecchio zio, che fungeva da sindaco. Ci fu scandalo e Luigi la passò liscia. Vendicato? No! Soltanto l’amarezza di aver troppo presto compreso ch’è inutile lottare contro l’inevitabile.

< Fanciullezza a Montefumo cap 26>

MIO PADRE IN CARCERE

“Pettini e forbici, forbici di Campobasso! coltelli e forbici di Campobasso!” Un uomo corto e tarchiato, con i pantaloni striscianti sui ciottoli della strada ed un cappellaccio arrovesciato sulla nuca che toccava il dorso inclinato dietro, sosteneva sulla pancia una cassetta piena di forbici, coltelli e pettini d’ogni colore. Scendeva per la Brecciara, sostenendo la cassetta attaccata al collo con una cigna di cuoio, con tutte e due le mani e gridava:
“Pettini, forbici e coltelli di Campobasso!”.
Mio padre era sulla soglia e guardava me che tornavo dalla chiesa, dietro il merciaiuolo ambulante, il quale si fermò davanti a lui e: “Una cinghia? Forbici? Coltelli?” Mio padre sorrise e fece di no col capo. L’uomo, messo il bastone che portava appeso al braccio, sotto la cassetta, con le mani libere, tirò fuori un coltello. “Guardatelo, per piacere! puro acciaio; taglia come un rasoio”. Lo pulì con una pezzuola e lo porse a mio padre. “È un coltello a serramanico; scommetto che non sapreste aprirlo”.
Mio padre sorrise di nuovo e cercò d’aprirlo. Non riuscì.
“Date qua; ecco!” il merciaiuolo premette col pollice un puntino lucido dietro il manico e la lama del coltello scattò fuori da sé.
“Quindici soldi! costa due lire in bottega; lo vendo perché devo comprarmi da mangiare”. Mio padre, sempre sorridendo, si cacciò la mano in tasca gli diede i quindici soldi, e “Grazie! Vedete, si chiude anche da se; qui è il bottone; premete ed è fatto”. L’aprì, lo pulì di nuovo, lo richiuse, lo porse a mio padre e via, col bastone appeso al braccio e la cassetta sulla pancia:
“Pettini e forbici, coltelli di Campobasso!”.
Mio padre girò il coltello due o tre volte fra le dita, poi, toccò il bottone e tic! la lama saltò fuori. La guardò da una parte e dall’altra, ne provò il taglio con l’indice, la punta col pollice, ne misurò la lunghezza sulla palma della mano e tentennò la testa.
“Perché? non è buono?’ e stesi la mano”.
“Va piano; non tagliarti le dita!” Lo prendo, premo il bottone e l’apro; premo il bottone e lo chiudo. “Mi pare un buon coltello”.
“Sì, ma… l’userò per tagliare il pane”. E se lo mise in tasca, malcontento, pensieroso.
L’antivigilia di Natale, tempo asciutto e sereno, partì di buon’ora per Orsara con tre vetture cariche di avena. “Porterò pesce, maccheroni, arance e frutta secca per le feste”. Io ero sveglio; lo pregai di condurmi con se; non volle e rimasi un po’ triste, davanti al fuoco, sotto la gran cappa del camino.
Verso le tre del pomeriggio, aspettavamo ansiosi il suo ritorno, perché usualmente alle due era già in casa, quando i muli si fermarono davanti alla porta ed il figlio del vetturale, amico nostro, col capo sulla portella, che chiudeva l’uscio a metà, disse in fretta: “Zia, vostro marito è rimasto ad Orsara, ha mandato i muli per mio madre e vuole che domani vostro figlio vada con mio padre ad Orsara”. Mia madre aprì la portella, tirò dentro il giovinetto e: “Perché è rimasto? Dov’è rimasto? Che cosa è successo? “A guardarla così eccitata e nervosa, mi sentivo stringere la gola e mi s’annebbiavano gli occhi. “Che è stato? Lo sai? Dimmelo!”.
Il giovinetto, sconcertato dalla furia di quelle domande, non poteva rispondere, poi disse: “Niente, niente so; non sono stato ad Orsara. Mio padre mi ha detto: – Porta le vetture alla casa di Guido Bruno e dici alla moglie che Guido è rimasto ad Orsara: vuole che domani il figlio venga col carico in mia compagnia”.
“Ma no; ci dev’essere altro; ahimè! che guaio!”.
Il giovinetto fece spallucce e se ne andò, “Corri, Plinio; vai subito da Aluccio; interrogalo; fatti dir tutto; devo saper tutto e subito. Aluccio, il vetturale, venne lui stesso a casa, serio serio, a calmare mia madre. “Carlina, questa non è la prima volta che Guido mi affida le sue vetture e lui va a caccia o resta a negoziare Non è nulla, sta bene; l’ho lasciato da De Mattia. Fa che domani Plinio scende a casa mia con le vetture cariche, alle sei e mezzo. Vogliamo tornare presto, perché é la vigilia di Natale “Brutto Natale!” sospirò mia madre. Aluccio voltò le spalle: “Domani, dunque, alle sei e mezzo!”.
Mia madre non si persuase, non s’acquietò, non dormì tutta la notte e la piccola Giovannina, lattante, pianse, pianse e mantenne sveglio me e le altre sorelle. Alle sei e mezzo io ero con Aluccio Pizillo con cinque vetture cariche sulla strada, tre le mie e due le sue. Sei miglia di cammino, due in discesa fino al Cervaro; due in salita, e poi, collinette, via piana e declivio fino all’entrata di Orsara, posta in una gran conca. Trovammo mio padre alla soglia del portone del palazzo De Mattia. Era pallido e mi accolse con un sorriso assai triste. “Che sarà stato?”.
Non c’era tempo ne di pensare, ne di domandare, perché dovemmo girare subito con le vetture dietro il palazzo, verso il granaio, in un vicolo stretto. E lì, scarica, misura, conta e paga, ripiega sacchi vuoti, riaggiusta fardelli, passarono due ore prima che fossimo sbrigati. Aluccio se ne andò per comprare del pesce che intendeva vendere a Montefumo prima di sera; mio padre ed io legammo le vetture agli anelli, affissi al muro del palazzo, ed andammo all’osteria.
“Due zuppe di pesce!” Era mezzogiorno, non avevo toccato cibo dalla sera avanti, e non avevo fame. “Mangia!” disse mio padre. Lo guardai; neanche lui aveva toccato il pane; era preoccupato.
“Che è stato?” gli dissi, fissandolo di nuovo. Sorrise tristamente e, poi, “Quel coltello!” “Che coltello?” “Quello che comprai la settimana scorsa”. “E come?”.
Ieri a quest’ora sedevo qui, come siedo adesso e, mangiando, tagliavo il pane col coltello. Al tavolo dietro di tè sedeva una delle due guardie di città. Quella guardia la conoscevo da anni, l’invitai a bere un bicchiere. Sedette dove siedi tu e prima di bere mi chiese di fargli vedere il coltello. Lo guardò, approvò piegando la testa e la misurò sulla palma della mano. Storse il muso, balzò in piedi e gridò “Siete in arresto!” Io risi, credendo di scherzare, e l’invitai di nuovo a bere. “No, siete in arresto!”. Quando mi accorsi che diceva davvero, mi mossi per afferrarlo e scagliarlo contro il muro. L’oste capì e mi trattenne: “Non ti rovinare per la vita!” Pensai a te, a tua madre, alle tue sorelle e mi cadde l’animo. Lo seguii al carcere e pregai l’oste di farlo sapere ai De Mattia. Fui scarcerato subito ma pensai di restare in Orsara per raccomandarmi agli amici e trovarmi un avvocato. Dicono ch’è cosa da nulla, ma le prime cento lire se ne sono già andate. Via, mangiamo subito; comprerò pesce, frutta ed altro per la festa. Tua madre, lo immagino; so che pensa a guai!” E, come se si fosse scaricato di un gran peso che gli chiudeva lo stomaco, cominciò a mangiare di fretta. Anch’io sentii subito che avevo fame e mangiai spedito, come se nulla fosse stato.
Il giorno dopo Natale venne un uomo, che abitava ai Fossi. Era stato un mese in carcere per un coltelluccio da tasca, la cui lama superava di mezzo centimetro la misura voluta dalla legge e disse a mio padre: “Senti a me, Guido; lascia gli avvocati dei consiglieri arruffoni! La legge è così; neanche Dio ti può salvare dal mese di carcere. Io mi son rovinato per nulla; non spendere un soldo”.
“Sì, ma il tuo caso è diverso” rispose, serio, mio padre: “La legge fu fatta per il disarmo degl’irresponsabili, la legge vuole che nessuno porti il coltello fuori misura, perché il coltello è arma pericolosa in mano a gente ordinaria, non per me. Io ho il permesso per il fucile da caccia, ho il permesso di portare la pistola, che sono armi più rischiose, e dovrei essere condannato ad un mese di carcere per un coltelluccio toltomi mentre mi tagliavo il pane! La legge fino ad un certo punto, ma la ragione! Un mese di carcere ad un uomo ch’è andato sempre armato senza offendere mai nessuno, che, in molte occasioni, è stato chiamato in aiuto della forza pubblica!”.
“Son venuto per dirti quello che ho imparato a mie spese, centinaia, caro mio! Se il tuo caso sia diverso, non so; ma pensaci bene, non gettare soldi al vento, ti parlo da fratello”.
“Grazie! ci penserò”. Non so se ci pensasse molto, poco o niente; il fatto era che mio padre andava tre o quattro volte la settimana ad Orsara per supplicare le persone più autorevoli della città. A questo una lepre; a quello un prosciutto; a quell’altro dieci, cento lire, dava a tutti quelli che credeva potessero aiutarlo. Il pensiero di un mese di carcere l’atterriva:
“Io in carcere? Non è possibile”.
Mia madre non sapeva che dire; vedeva i risparmi volar via, sapeva dei debiti contratti da mio padre ossessionato al pensiero del carcere e piangeva in segreto. Io portavo nel cuore un peso che mi si alleggeriva soltanto al podere, quando lavoravo.
Ricordo il giorno della causa: mio padre partì fiducioso, sorridente; tornò col capo basso e la bocca arida, disfatto. E ci fu pianto. Un mese di carcere, pena da scontare nelle carceri di Orsara.
Il giorno che entrò in carcere andai con lui ad Orsara, per conoscere il luogo ed essere raccomandato al carceriere, che mi avrebbe aperto la porta nei giorni che sarei andato a visitare mio padre. Come in un brutto sogno vedo l’edificio, lurido fuori e dentro, al cantone d’un bivio.
Lutto, silenzio e pena in casa. Mia madre parlava a monosillabi, le bambine imparavano a piangere in silenzio; io, quando ero dentro, sedevo all’angolo del focolare come un reietto. Mi vergognavo di uscire nella strada; scappavo al podere dove mi occupavo a smuovere pietre, a potare gli alberi della siepe, a preparare i paletti pei pomidori. Due volte la settimana andavo ad Orsara, un giorno a piedi, un giorno a cavallo, qualche altro giorno con le vetture cariche di avena in compagnia di Aluccio.
Era uno schianto entrare in quel carcere, vedevo mio padre pallido con la barba cresciuta un dito, e quel livido carceriere strapparmi dalle mani il canestro che mia madre aveva colmo di vivande e d’un fiasco di vino!
“Devi dire a tua madre di non mandare più roba; qui posso comprare tutto quel che mi bisogna; spreco inutile! Quel poco che mi vien dato dal carceriere non lo assaggio neppure.
“Con me ci sono dieci carcerati che mi fanno compassione”.
“Tutti in carcere per coltelli?”.
“No figlio; ci sono ladri ed assassini, ma che fa? A sentirli discorrere dei fatti loro io non ho pietà; li credo più sfortunati che cattivi. Se sapessi quante ne dicono! Molti fatti e storie sono inventate, ma… sono uomini e, in quanto a me, mi rispettano sono prati per un mezzo sigaro che dono ora all’uno, ora all’altro. Statti di buon animo; conforta tua madre; il mese é lungo ma passa. Come stanno le sorelline? Toh! Prendi questo bacio e dallo alla mamma ed alle sorelle! Ora vattene! Non venire più questa settimana; vieni oggi ad otto “.
Sentii dietro il pianto del cuore di mio padre, e lo lasciai che mi guardava fermo e forte, con gli occhi asciutti. Anch’io seppi dominarmi, ma uscito dal carcere, con l’involto dei panni sporchi sotto l’ascella, passato dallo spiazzo alla via principale, la banda di Orsara, in un corteo funerario, attaccò una marcia che mi annebbiò subito gli occhi. Camminai alla ceca finché raggiunsi il corteo funebre. Chi era morto? Non domandai, non seppi ma sentii e sento ancora il pianto dolce di quei suoni, lo strillo straziante delle trombe e dei clarinetti anche adesso e mi vedo solo, solo al cantone d’una strada, seduto sopra l’involto piangere, dopo che il corteo funebre era passato e la banda aveva cessato di suonare. Piangevo sconsolato. ” Che hai, che fai qui figliuolo? ” Era un uomo alto e smilzo, vestito di nero, che mi posò la mano sul capo. “Mio padre…” e la vergogna di quel carcere mi strozzò la parola.
“Tuo padre che cosa? ” “No, niente, grazie! la via la so “.
Mi alzai, mi misi rinvolto sotto il braccio e scappai alla taverna dove avevo lasciato il mulo.
Quel coltelluccio aveva portato la maledizione in casa. Mio padre, tornato dal carcere, aveva perduto la sua naturale baldanza; lo scoramento gli cresceva al pensiero dei debiti contratti dopo il consumo dei risparmi. Invano mia madre l’esortava a presentarsi a parenti o amici per chiedere aiuto e credito, di cominciare vendita e compra a Montefumo ed altrove. “Lasciami stare! non posso ora; lascia che vada al podere, ai campi seminati! Verrà il mio tempo buono; verrà ” e con la bocca amara prendeva il fucile e se ne andava, digiuno, senza pane, al podere. Lì lo trovavo a raddrizzare le viti nella vigna, a raddrizzare qualche gobbo della macerie attorno al podere, quando andavo a portargli la colazione. Sarebbe stato digiuno tutto il giorno, se la mamma non avesse provvisto, ora mettendogli del pane imbottito in tasca e spesso mandando me a portargli da mangiare.
Un giorno lo trovai con la pipa vuota in bocca mentre scartocciava con le dita ed il polpaccio della mano, la ruvida scorza di una vite.
Non hai tabacco?” “Che tabacco! tutto è illusione; queste scorze servono lo stesso a soddisfare il maledetto vizio”. Caricò la pipa, l’accese e, tirati tre o quattro bocconi di fumo nero, con uno scatto violento della mano, afferrò la pipa e la gettò dieci metri lontano. “L’uomo è stupido; dicono che Dionigi si abbia tirato il cancro alla gola col fumo delle scorze di viti. Se non c’è tabacco, non si fuma “.
Da quel giorno mia madre trovava modo di fargli trovare del tabacco nelle tasche.
Una di quelle sere mio padre entrò in casa senza dir parola, con la faccia scura, gli occhi balenanti, irritatissimo. Sedette accanto al focolare, con gli occhi alla fiamma sulla quale bolliva la pentola appesa alla catena. Mia madre, che aveva la piccola al petto, mi fece segno di tacere e di apparecchiare la tavola.
Mentre le altre tre sorelline scherzavano nell’altra stanza, si alzò dalla sedia e si accostò a mio padre: “Guido, tieni un momento la bambina che voglio minestrare”.
La bambina saltellò fra le braccia della mamma, sguizzando, con le manine aperte verso di lui che la prese, la sostenne per l’ascelle, la baciò e sorrise. S’era subito serenato. La cena, con il chiacchierio delle sorelline, l’acciottolio dei piatti e delle forchette, passò senza conversazione. Mio padre che aveva tenuta la piccina, facendola ballonzolare sulle ginocchia, non disse una parola; la mamma ed io sparecchiammo e lavammo i piatti alla muta.
“Maria, Teresa, Rita, a letto, a letto!” e le ragazze marciarono tutte e tre davanti alla mamma al loro covigno nell’altra stanza. La mamma le lasciò quiete, ma presto, insieme nel gran letto, cominciarono a chiacchierare, a ridere, a insultarsi, a graffiarsi, a piangere, a chiedere aiuto l’una contro l’altra, ad incolparsi a vicenda, gridando, strillando, ridendo e piangendo di nuovo.
“Zitte o vengo con la frusta!” E fu silenzio al monito del babbo. La mamma si riprese la bambina e sedette di fronte al focolare Io al lato destro, il babbo a sinistra ed essa in mezzo, tutti e tre guardavamo la fiamma d’oro che palpitava nel cavo di un cioccherello, i carboni vivi, i tizzoni metà accesi e metà spenti, caduti nella cenere. Quel silenzio mi dava l’affanno. Mia madre si alzò con la bambina in braccio, l’adagiò nella culla accanto al cassettone e, prima di sedere, disse: “Guido, che t’è successo?
“Stasera mi sembri un po’ disturbato”.
“E’ successo che tuo fratello è uno svergognato”, rispose
con l’ira ai denti. “Mio fratello! e che t’ha fatto? “. “Fatto! E’ che quando uno cade, i parenti sono i primi a mettergli il piede addosso! ma, per Dio, io non sono morto ancora”.”
“No, Guido, io lo so che se cominci a muoverti…”.
“Muovermi, muovermi, sì; ma come avrei scoperto che tuo fratello è un ladro, se non fossi andato al podere?” Mia madre, tutta fiamma, lo guardò senza rispondere, ed egli, con forzata calma: “L’imbecille ha preso vantaggio della mia incarcerazione, per scalzarmi le viti al confine. Dispettoso o ladro, ha scalzato le nostre viti ed ha piantato i suoi maglieli accosto al confine. Dio l’ha salvato”.
Mia madre perse il colore, pallida di sdegno e di temenza.
“Male ha fatto; hai ragione; ma che è stato? gliel’hai detto?”
“Gliel’ho detto, ma non ha voluto sentir ragione; impuntato come un mulo, s’e messo a parlar di legge, di carcere, lo stupido, mi guardava dall’alto in basso, come se io non fossi stato più io. E borbottava e borbottava, finché ho perduto la pazienza ed ho afferrato a due mani un macigno per farla finita. Non s’è .mosso, mi guardava da insensato, da vigliacco. Entrato in me, ho visto tè, i nostri figli, il carcere; ed ho scagliato il macigno contro la macerie, dieci passi lontano. L’ho lasciato lì, al confine; son fuggito dal diavolo tentatore”.
“Bene hai fatto Guido; dopo tutto che cos’è un palmo di terra?”.
“Niente; ma il fatto che ha dovuto scalzarmi le viti, mentre io ero in carcere, mi irritava. Che fesso! se mi avesse chiesto un passo di terra lungo il confine, glielo avrei dato volentieri. E poi, egli crede che io non sono più io, perché sono stato in carcere per un maledetto coltelluccio!”.
“Non è lui, sei tu”.
Mio padre balzò come se fosse stato punto dietro da un ago avvelenato. ” Come! come! “.
< >.
Avevo grande ammirazione per i calcoli mentali di mia madre, ma la sua logica diritta e chiara di quella sera mi faceva sussultare di gioia sullo scanno accanto al fuoco, mentre guardavo mio padre colorirsi ed animarsi a poco a poco sulla sedia.
La bimba diede uno strillo dalla culla. “Cattivo sogno>> fece mia madre, accorrendo. Mio padre stese la mano e mi carezzò i capelli.
< < Hai sonno? >> < < No, babbo. La mamma ha ragione >>.
< >.
La mattina appresso di buon ora eravamo tutti svegli: le tre sorelline danzavano sul letto, ridendo; mia madre fasciava la piccina; mio padre era all’uscio a guardare il cielo; io accendevo la catasta di legna che avevo fatta sul focolare, quando, alla porta: < >; si presentò il vecchio zio Costanzo, fratello della nonna paterna.
“Zio Costanzo, entra, siedi!>>.
“Vengo dalla chiesa; sono stato alla prima messa; ho pregato, pensando a tè e son venuto. Come stai? Che fai in questi giorni? Cinque figli, non è vero? >>.
< < Ma, zio Costanzo, siedi! >>.
< < No, ho fretta d'andare>> fece il vecchio magro e stecchito, passandosi la mano sulla fronte rugosa e sulla faccia ruvida di peli bianchi. < > .
“Grazie, zio Costanzo, va bene; comincerò ad insaccare stamattina”. Intanto mia madre, posata la bambina era corsa a mettere la sedia dietro lo zio benedetto, ed io non riuscivo ad accendere il fuoco; i fiammiferi mi si spegnevano nella mano tremante.
“No, grazie, Carlina, devo andar via. Guido, ti aspetto; appena sei pronto, vieni!>> E .se ne uscì, umile e dimesso, a passi lenti e leggeri come un’ombra.
Fu mattino di gioia per tutti, anche per la bimba che gorgogliava, contenta, nella culla.

< Fanciullezza a Montefumo cap 27>
LA COMPRA DEL GRANO

Alla fine di ottobre tutta Montefumo odorava di mosto, di vino e di frutta. Ogni casa aveva, in cantina e nelle grotte, nei sottoscala, a piè dei letti ed accosto alle stalle, tini, botti, barili, secchi e brocche pieni di succhi e di fermenti.
Le finestre e i balconi di quasi tutte le case erano attraversati da canne e corde, curve dal peso di grappoli d’uva bionda e nera esposta al sole. Da un capo all’altro dei davanzali, attaccati a chiodi vecchi e nuovi, pendevano serti e trecce di peperoni rossi, d’agli, di cipolle, fasci di piante di basilico e d’altre erbe aromatiche.
I balconi erano pieni di piatti, scodelle, conche e tavole di legno, bilanciate sui ferri della ringhiera, rossi, neri e gialli di conserve, estratti, mele cotte, pomidori, fichi e, pendenti ai lati delle imposte, zucche e melloni vari di specie, forme e colori.
Ai prodotti succulenti delle valli e delle coste accorrevano sciami di mosche, ronzanti per le strade, attaccate ai muri, volanti a finestre e balconi e più in alto, sui tetti, dove le massaie le scacciavano, agitando cenci bianchi, mentre rivoltavano gli estratti e le conserve per farle asciugare.
Non c’erano più pezzenti e mendicanti in quei giorni tiepidi e fragranti, che invitavano al riposo. Tutti erano affaccendati a travasare vino, a mettere in assetto la casa colma, a trovare posto nei cantucci per cesti di granturco, sacchi di grano, secchi di patate, che erano ammonticchiate finanche sotto i letti.
Nei poderi delle coste e delle valli i frutteti si colorivano di giallo, di rosso e di cento altre tinte commiste; ed il distacco e lo svolazzo delle foglie cresceva di giorno in giorno, ad ogni sospiro di vento.
Nessuno lavorava di proposito. Gli uomini che andavano in campagna si occupavano, poche ore soltanto, a pulire ed a preparare il terreno per l’aratura della semina. Colonne di fumo diritte e traverse dai fuochi di stoppie e di frasche in cento luoghi.
Anch’io ero andato tre o quattro giorni a rastrellare stoppie e foglie secche con Marco, il bracciante assiduo nel nostro podere, e mi ero divertito ad accendere ed a spegnere le fiamme con frasconi di rami di quercia, quando il fuoco minacciava d’attaccare il boschetto o la vigna.
L’ultima sera, dopo cena, quando Marco se ne uscì, mio padre disse: < >. Lo guardai intontito. < >.
“Farò il mio meglio>>. < >. A letto invece del sonno vennero le immagini dei due cugini, stabiliti col loro commercio nelle città e nei paesi circonvicini, e pensai a zio Domenico, il vecchione vestito da contadino, a suo fratello Giuseppe, cieco di un occhio e tutto pancia che, analfabeti tutti e due, avevano mandato i figli a scuola, li avevano iniziati al commercio, aiutati nelle prime imprese, incoraggiati a commerciare all’ingrosso. Ricordavo quel che avevo sentito dire della loro madre. Maria La Zingara, sorella del padre di mio nonno e moglie di un contadino che non volle mai staccarsi dalla creta dell’Avella. Maria La Zingara aveva appresa l’arte di mercatare da suo fratello, morto a trentasei anni, dopo una caduta fatale. Essa si prese il fondaco del fratello e, da sola, andava comprando panni, lino e stracci per le città, lasciando i figli a venderli nei giorni festivi soltanto, perché il padre, che non capiva il giuoco del commercio, si tirava Domenico, Caterina e Giuseppe dietro di sé a vangare la creta dell’Avella.
Mio nonno sapeva leggere, era molto più abile dei suoi cugini in tutto, rinomato per la sua conoscenza commerciale, s’era fatto tavernaio ed invece di mandare i figli a scuola li mandava ad insaccare paglia. Aveva visto più volte Pasquale e Nicola in casa del loro vecchio padre, zio Domenico, quando ci andavo con Mingo, che era loro nipote. Ricordavo che avevano chiesto di chi ero figlio, e che il vecchio aveva risposto, carezzandomi < >. Erano ricchi davvero, avevano i figli in collegio; e mio padre non poteva spendere per mandare me fuori agli studi! Se mio nonno… se mio nonno… se…
Mio padre aveva preso in affitto una casa dietro la chiesa, tutta un grande stanzone, venti metri lungo e dodici largo, col pavimento a lastroni di pietra. Era stata per anni una pagliera, pulita ed imbiancata, poi, per il deposito del grano. Vi entrai con. un quadernino in mano ed una matita in tasca, prima che arrivassero le ragazze col sacco in testa. Mio padre aveva detto;
“Segna il grano che viene e nient’altro>>.
Quando si presentò la prima ragazza col suo mezzetto in testa, scrissi il suo nome e segnai uno; e così feci con le altre venti ragazze, che arrivavano l’una dopo l’altra, vuotavano il sacco e ripartivano, motteggiando e ridendo. Erano pagate un soldo al viaggio. Fecero trenta viaggi il primo giorno; portarono un monte di grano che io, negl’intervalli tra un viaggio e l’altro, accumulavo con la pala alla parete in fondo.
Mio padre venne con le ragazze all’ultimo viaggio e disse: “Va bene? Hai segnato tutto?”.
“Ecco: venti ragazze, trenta viaggi, un mezzetto per ciascuna: due per tre sei; 600 mezzetti, 300 tomoli >>. Cosa facilissima, ma mio padre voleva altro. < >.
< >, ribatteva mia madre. E così la storia dello sbaglio tirò a lungo un paio di giorni, finché mia madre si fece leggere il conto dei cugini e trovò lo sbaglio.
< >, disse a mio padre < < I tuoi cugini la farebbero a tè, non a me >>.
Il terzo giorno, col quaderno sotto il braccio, dovetti andare da Zio Domenico, dov’era suo figlio Pasquale a rettificare i conti.
< > chiese mia madre, appena il babbo ei io rientrammo in casa.
< >.
< >.
Mio padre non disse nulla; ma io spesso l’avevo sentito dolersi di
non saper leggere, scrivere e far di conti con la penna come i suoi cugini, con i quali avrebbe voluto mettersi alla pari e non servire.

< Fanciullezza a Montefumo cap 28>

LA MALARIA

Non pioveva da tre mesi. La raccolta del grano era stata misera; i frutti erano striminziti: prugne e susine cadevano dagli alberi cotte dal sole.
Le chiazze di granturco, verdi al mattino, scolorivano avvizzite nel pomeriggio; le fontane della valle erano quasi tutte asseccate.
Quella sulla Via Nuova, la carrozzabile, una pozza affondata in terra, era fetida, piena di vermi; l’altra nel Vallone, sotto una vera capanna di spine, gocciolava miseramente, per un cannello di corteccia. Non cadeva neanche più la rugiada la notte e, durante il giorno, il calore della terra bruciava le scarpe ai piedi. Il torrente era morto; l’acqua raccolta nei gorghi, sotto i gomiti delle ripe, si abbassava ingiallendo di giorno in giorno. Il Cervaro non s’udiva più; non aveva che un filo d’acqua che appariva e dispariva luccicante, qua e là tra massi arroventati dal sole. Nei campi calura e silenzio, interrotto dallo strido assordante delle cicale.
Molti erano stati colpiti da febbri di malaria; non si sentiva parlare d’altro che di chinino.
Dicevano che la malaria fosse arrivata fino al nostro podere, un miglio distante dall’acqua imputridita nei gorghi del torrente.
Mio padre consigliava di non andarci prima che il sole non fosse montato a mezzo cielo.
Egli stesso non si avventurava più ad appostare le lepri dopo il tramonto.
Tra la raccolta del grano e la raccolta del granturco passano circa due mesi, nei quali non c’è da far molto, se non piove e manca l’acqua per annaffiare gli orti.
Mio padre accudiva alla compra e vendita del grano; io, lasciato libero, mi annoiavo seduto or su questa, or su quella scala, all’ombra delle case a guardare piccoli e grandi con le carte da gioco, e me ne scappavo al podere.
Lì, scompassavo la vigna, osservando le viti l’una dopo l’altra, segnalandomi i grappoli e cercando pere mature per togliermi un po’ di quell’arsura che apriva crepacci profondi nei campi mietuti ed induriva le zolle dei maggesi.
Raramente scendevo al letto del torrente a guardare i pesciolini nei gorghi stagnanti; spesso ero digiuno e qualche volta rimpinzato di pere e susine che brontolavano nella pancia.
Una sera tornai a casa con un brivido nelle ossa che mi rompeva la schiena e, sedutomi sul gradino della porta, non volevo ammettere che mi sentivo male. Mia madre mi vide tremare e si mise le mani nei capelli: < < La malaria! >>.
Di tutto agosto e parte di settembre non ricordo che le ore passate in casa di mia nonna, la quale prendeva cura di me e lacrimava quando, verso le tre del pomeriggio, mi vedeva battere i denti, assalito da un tremore irresistibile.
Essa mi ravvolgeva in un immenso scialle di lana, mi persuadeva a gettarmi sul letto e si sedeva vicino, mentre i brividi, intorpidendomi tutte l’altre membra, sotto coperte e cappotti, concentravano gli spasimi nella schiena.
Lo strazio durava più di un’ora, finché la febbre saliva e mi rendeva insensibile al dolore. Mi svegliavo in un bagno di sudore e scivolavo giù dal letto, sfinito, come se uscissi dalla bocca di un forno, e la cara nonna mi dava da bere, mi asciugava, mi aiutava a vestire, mi menava a sedere sopra un seggiolone di paglia.
< >.
Così sentivo dire, mentre soffrivo il martirio del terribile male, un giorno sì, un giorno no.
Mi ero ingiallito; sentivo dentro di me, con lo sconforto, un desiderio irresistibile di andarmene a morire al podere.
Alla metà di settembre, tutta la raccolta del granturco era già sull’aia, davanti alla masseria. Le donne avevano finito di scartocciare le spighe che erano esposte al sole. L’uva e i fichi maturi, portati a canestri, potevo saggiarli soltanto.
< > diceva la nonna. Chinino! Chinino! chinino! Mi fischiava negli orecchi, mi nauseava alla bocca dello stomaco.
Mio padre era scappato poche volte ad assistere alla raccolta del granturco. Ci andava prima del tramonto, quando ritornava dai paesi vicini dove continuava a comprare ed a vendere grano. Rincasava tardi, stanco.
L’ultima sera entrò in casa ammalato.
< > disse il medico la mattina.
Mia madre ne fu disperata; non sapeva dove battere la testa, col raccolto sull’aia, alla mercè dei ladruncoli della valle, e due malati. I nostri parenti dovevano badare ai loro ricolti; anche la nonna non poteva aiutarci.
< >
andava esclamando la mamma per la casa. Mi pungeva il cuore e
< < Mamma>>,dissi
< >.
< > e spalancò gli occhi volati di pianto.
< >.
< >.
< >.
< >.
La mamma rifiutava, piangeva, obbiettava, ma io seppi insistere con tante buone ragioni e con tanta fede che essa, infine, si lasciò persuadere. Mio padre era gravemente ammalato.
Arrivai al podere al cominciar della notte:cielo stellato, luminoso, e la falce della luna calante sull’Appennino.
Dal fiume saliva un venticello fresco che solleticava le narici.
II vento della malaria lo chiamavano i contadini.
La rugiada ricominciava a cadere; le stoppie e l’erbe ne erano inumidite.
Sull’aia c’erano due gran cumuli di spighe scartocciate, coperti con lenzuola di canapa impeciata. Appena entrai nella masseria mi impossessai dei fucili di mio padre, che sapevo nascosti a capo della lettiera e ravvoltomi in un gabbano, sedetti sul trespolo presso la soglia, dirimpetto all’aia. Pensavo ai ladri.
Che ladri!

Stringevo ed alzavo il fucile a spalla e miravo ora a destra ora a sinistra ed ora in fondo all’aia, dov’erano ruote di scartocci. Il gracidio delle raganelle che saliva dai pantani presso il torrente e lo strido dei grilli parevano tessuti col bruno velo della notte. Il fruscìo delle foglie del gelso a destra della porta, il fischio della civetta nel boschetto, l’abbaio dei cani delle mandrie alla costa mi parevano voci amiche. Rientrai stanco, con gli occhi annebbiati, posai il fucile sulla lettiera e mi ci stesi accanto.
Dormii un sonno interrotto da sveglie, che mi tenevano con gli orecchi tesi, intento a discernere i mutevoli sussurri delle foglie ,del fico e del pesco vicino. All’alba ero in piedi, ritto davanti alla porta. Avevo fame, non di pane, cacio ed uova che erano sul sacco accosto alla lettiera; avevo fame d’uva, di fichi, di pesche, su cui mia madre ed il medico avevano messo un assoluto, minaccioso ,divieto.
Ed io, tra me e me:< < Mia madre e il medico hanno ragione. Oggi sarò preso dai tremiti della febbre. Se mangio i fichi chi sa quanto più forte mi verrà il male. Chi sa" E guardavo a poca distanza i fichi pendenti dal picciuolo morbido, aperti, la polpa granellata, color di carne, ognuno con la sua stilla di miele alla bocca. <>
Il giorno si faceva sempre più chiaro; mi risovvenne di un altro ammonimento:
” Non uscire prima del sole( Perchè? La malaria ce l’ho già) l’ho sofferta abbastanza. Se mai…che mi potrà fare? Uscire col sole? Ce ne vuole ancora! Non ha ancora toccato le vette dei monti; per scendere a valle prenderà un’ora!
Aspettare una lunga ora m’è impossibile “. Mi gettai addosso il vecchio gabbano, mi posi il berretto in testa ed uscii.
Fichi bianchi e neri, pesche con facce vermiglie, a due passi; l’uva rossa e dorata della pergola mi pendeva sul capo. ” Ne mangerò uno o due soltanto, e stesi la mano al fico verde e zuccherino.
Uno, (mentre scrivo mi viene l’acquolina in bocca) uno, due, tre, dieci… ne mangiai quanti ne volle lo stomaco.
Mi parve di essere stato preso da un brivido e, sazio e soddisfatto, rientrai ad aspettare il tremito, la rottura della schiena ed il sole. Niente. Prima che il sole toccasse l’aia, ero già corso due volte dietro la masseria a scaricare. Quando vennero le donne a finire di scartocciare le spighe e l’uomo a spanderle sull’aia, io avevo già. scoperto i due gran cumuli al sole e nettavo con la scopa gli orli dell’aia.
A colazione si presentarono i tre guardiani della valle, vignaroli erano chiamati.
” Come? Tu qua? Non eri ammalato? “.
< < Sì, io qua, tutta la notte, non vi siete fatti vedere. Sappiate che io non ho paura di nessuno; neanche dei ladri; ho il fucile e so tirare". I guardiani sorrisero e se ne andarono pensierosi. A che pensavano? Avevo spesso sentito dire, nei discorsi fatti dopo cena, che i vignaroli erano più ladri dei ladri. Bisogna che io guardi i guardiani! a me non la faranno, e pensai al fucile. Benché pregustassi un incerto senso di sanità, aspettavo, nondimeno, con grande preoccupazione l'ora della terzana. Che figura farei, se assalito dalla febbre, cadessi tremando sull'aia, con la schiena rotta dal male, inabilitato a muovermi, a gettarmi da solo sul giaciglio nella masseria. A mezzogiorno, mi allontanai dalle donne e dall'uomo ed entrai nella vigna. Se il male viene, cadrò sotto i pampini e nessuno mi vedrà; se muoio bene; se campo, meglio. Gira di qua, gira di là, attorno e dentro la vigna, scaricai altre due volte. Mi sedetti a terra: Viene? non viene? Passa un'ora. due; non viene; non sarebbe più venuta. Oh fichi, pesche, uva !Me ne rimpinzai lo stomaco prima che tornassi all' aia. Il giorno appresso, dissi alla nonna, mentre l'aiutavo a scendere dall'asinella carica di bisacce gonfie di pane, companatico e vino per i due uomini che dovevano battere le spighe: << Ieri la terzana non venne; sono guarito. Fichi, uva e pesche la vera medicina " < Fanciullezza a Montefumo cap 29>

IL RATTO DI ANNUCCIA

I due giovani contadini che avevano battuto gran parte delle spighe dell’ultimo mucchio, dissero la sera :
< < Domani verremo presto a finire il resto >>. Non vennero, né presto, né tardi.
Il sole era sceso fino al letto del torrente e chiesi alla donna che
spandeva i lenzuoli sull’aia per asciugare il granturco battuto e
ventilato il giorno avanti :
< >.
Rosaria si mise a ridere e disse piano :
< >.
< < Perché? Che cosa è successo? >>.
< >.
< >.
< < A Montefumo s'è vegliato la notte. Hanno rapito la figlia di Piccione, Annuccia, la conosci? >>.
< >.
< >.
<
“No” “Non verremo più a visitarti di notte”. Perché? ”
” Perché… dobbiamo camminare ora che l’uva e quasi matura”.
Nel cuore mi gorgogliava un riso strano, pensando alla paura dei guardiani, ma fuori non ne diedi segno.

< Fanciullezza a Montefumo cap 30>

IL SOFFIETTO

Sulla fine d’aprile, mio padre, tornando da uno dei suoi viaggi, portò un mantice per inzolfare le viti. Fu il primo mantice che apparve a Montefumo; e mio padre che non vedeva l’ora di provarlo, il giorno stesso mi condusse alla vigna, per mostrarmi, diceva, come si fa presto a soffiettare lo zolfo sulle viti. Altro che i tubi bucherellati che bisognava scuotere sopra ogni tralcio!
Bastarono poche ore ad insolfare tutta la vigna, alla presenza di molti curiosi, che mi venivano appresso, in mezzo ai fìlari delle viti, dove io mi divertivo un mondo a soffiare zolfo. Puff! e puff! a destra e a sinistra, puff! puff!
Il giorno appresso tutta Montefumo sapeva del mantice per soffiettare lo zolfo sulle viti. ” Si fa presto e si risparmia lo zolfo ” era il commento generale.
Da cinque mesi andavo a scuola da Don Berardo; scuola serale, particolare.
Una sera di maggio, appena siedo accanto al tavolo del maestro , mi viene davanti la più vecchia delle sue sorelle, una grassa zitellona incanutita e ” Plinio ” ,mi dice ” E’ vero che ci avete un soffietto per inzolfare le viti? “.
” Sì, signora “.
Il maestro entrò strofinando i vetri degli occhiali con un fazzoletto bianco e si piantò, ritto accanto alla sorella. Io ero già in piedi, un po’ confuso.
” Ce l’hanno, sì “, disse donna Saveria, alzando su gli occhi al fratello che, torreggiante sopra di lei, si rassettava gli occhiali sul naso.
Ne han parlato fra loro a cena e lo vogliono provare, pensavo io, guardandoli.
” Com’é fatto? ” domandò il maestro.
E’ un piccolo mantice attaccato a due stanghette di legno che aperte gli fan prendere aria, chiuse soffiano quell’aria a traverso un serbatoio pieno di zolfo in un tubo di stagno da cui esce aria e zolfo insieme “. .
” Ho capito; ingegnoso davvero; semplice e facile a maneggiare, io credo “. .11,
‘”Per me facilissimo dal primo momento un giocattolo che mi diverte. Mio padre non vuole che si affidi a nessuna altra mano, perché teme glielo guastino “.
” Non ne potrebbe comprare uno per me? ” disse il maestro:
” un soffietto resistente al maneggio d’un uomo che possa usarlo
nella mia vigna “. , .
” Non so ma bisognerebbe andare a comprarlo nella città lontana dove mia padre comprò il suo, ch’era il solo in vendita “.
“Sì, eh! non è possibile allora provarlo ad inzolfare la nostra vigna “.
” Maestro, se volete, andrò io a soffìettare la vostra vigna”.
” Davvero! e quando potresti andare? “.
” Domani, se lo credete necessario “. ^
” Sì grazie ” II suo faccione giallo soffuso d’un sorriso di piacere, guardava me e poi la sorella, anch’essa sorpresa e contenta ” Puoi andare domani? “. .
” Domani, sì; avrò soltanto bisogno d’una persona che mi accompagni sul luogo, porti e mi porga lo zolfo ”
” Andrai con mia nipote; essa porterà tutto sull’asina. Maria”.
Maria, la nipote del maestro, cresciuta nella casa dello zio, accorse col volto acceso. Era una giovinetta di sedici anni; capelli neri, occhi brillanti sul viso che il vaiolo aveva punzecchiato qua e là, senza guastarne la bellezza.
” Maria, domani mattina andrai con Plinio alla nostra vigna; porterai lo zolfo e quel che vi occorre nella giornata “.
” Sì, signor zio “.
” Va bene; potete ritirarvi “. Sorella e nipote ritornarono ‘in cucina, ed il maestro, fattomi sedere di fronte a lui, attaccò la lezione.
Ero stato pochissime volte alla contrada Iazzano, dove mio nonno aveva il suo podere: frutteto, vigna, oliveto. C’ero stato alla raccolta della ciliege e dei fichi, alla vendemmia ed una volta alla raccolta delle olive. Di là mi avevano indicato il podere del maestro, al declivio, tra due colline, dove la costa orientale scende al torrente. Avevo una chiara visione del luogo, non del podere e del tratturo, che dalla via menava ad esso.
Alle sette, quand’io arrivai, col mio soffietto a spalla come un fucile, davanti .alla casa del maestro Maria era già pronta con l’asina carica di zolfo e la bisaccia piena di provviste.
Saluti, sorrisi e ci avviammo alla .discesa, sotto voli e cinguettii di passerotti, sul tetti indorati dal sole. La strada era quasi deserta, i contadini, usciti all’alba, erano già nei seminati, nelle vigne, e negli orti. Maria ed io, tirandoci dietro l’asina, andavamo passo passo, prima in silenzio, poi, parlando di cose che non ricordo, benché abbia ancora l’occhio pieno di tutto il panorama stupendo : la via tortuosa fiancheggiata da siepi verdi e fiorite, la costa ridente di vividi colori, il torrente Iazzano bianco di pietre, la valle del Cervaro tra gole di monti a traverso la quale si vedevano i piani dorati delle Puglie, fino al mare. La presenza, di Maria, accanto a me, accresceva l’incanto della bellezza del cielo e della terra, rendeva più soavi le note degli uccelli, dava più lustro alle foglie ed ai fiori, mi addolciva il sangue, armonizzando tutto in me, come s’attona un istrumento.
Il podere del maestro mi parve un paradiso, di verde, fiori e profumi; la vigna sotto il sole era tutta oro ed argento mossi leggermente da un fiato di vento. Il pendio nel silenzio, interrotto soltanto dal ronzio delle api, era tutto un incanto.
Caricando il mio soffietto, all’ombra d’un ulivo, pensavo ad Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre. Maria m’era di fronte, attenta a quel che io facevo, ed io, beato, la guardavo, col cuore sano e quieto, colmo di piacere, come si guarda una rosa appena sbocciata.
Quando entrai nella vigna essa mi venne appresso, ma, appena cominciai a soffiettare lo zolfo sui tralci fioriti, la pregai di allontanarsi un poco, perché lo zolfo le avrebbe fatto male agli occhi.
“Ed a te?”
” Io ci sono abituato. Tieni pronto il catino con lo zolfo e portamelo quando chiamo”. Puff! ‘Puff! a destra; puff! puff! a sinistra, per due ore, con Maria che era sollecita a porgermi lo zolfo appena consumavo la carica. In due ore avevo inzolfato due terzi della vigna. ” Basta; facciamo colazione”.
Ci sedemmo sull’erba. Maria a destra, io a sinistra della tovaglia stesa in terra e sulla quale v’era una frittata d’uova e cipolle, del cacio, quattro fette di pane ed un minuscolo fìaschetto di vino. Mangiammo, ora discorrendo, ora in silenzio, passandoci spesso il fiaschetto dal quale tirammo, a sorso a sorso, tutto il contenuto. Quei sorsi di vino ci accrebbero la sete. Acqua non ce n’era nel podere del maestro; Maria aveva detto: ” L’andiamo a prendere in quel valloncello, dov’è una fontanuccia che si assecca prima dell’estate. Adesso vado a riempirne il fiaschetto “.
” No, no. Ci vado io!” Il fiaschetto era già nelle mie mani; corsi al valloncello. Sotto una piccola siepe di biancospino, un pezzo di corteccia, lungo un piede, faceva suonare sulla pozzetta limpida un filo d’acqua iridescente. Ne attinsi; lavai, il fiaschetto due o tre volte, lo riempii e tornai a Maria che, stesa supina sull’erba, si faceva ombra agli occhi con le mani congiunte sulla fronte. Il viso battuto dal sole era tutto una ,fiamma.
Stetti a guardarla pochi minuti, col cuore sospeso; con un pensiero strano, con desiderio ed impulso, la prima scossa della mia pubertà. Mi stesi accanto a lei; la baciai e fuggii col soffietto alla vigna. Puff! puff! Timore e vergogna. Puff! ‘Puff! E Maria non si muoveva, stesa al sole, con le mani sugli occhi e le gambe nude.
” Plinio! ” mi ‘sentii chiamare più volte. ” Plinio! ” No! Pensai che fosse la voce del mio sangue in tumulto, e continuai a soffiettare zolfo.
Quando Maria venne alla vigna, aveva sulle labbra e negli occhi un sorriso misterioso benevolmente canzonatorio; che mi fece arrossire.
Che avrei dovuto fare? Io!Alla nipote del maestro!

< Fanciullezza a Montefumo cap 31>

VANNO IN PUGLIA

I violenti strombazzi d’un corno mi fecero saltare sul letto. Con i pugni sugli occhi, gridai: ” Chi e? Che cos’è ”
” Dormi! ” rispose mia madre dalla cucina. ” E il corno che chiama a raccolta la gente che vuole andare in Puglia “.
” E chi lo suona? “.
” Un pugliese che arrivò ieri sera, con un gran traino, alla taverna di tuo nonno “. .
Balzai dal letto, mi vestii in fretta e, scapigliato, di soppiatto, corsi alla taverna. . .
Che superbi cavalli! tre bai, attaccati al traino immenso con le ruote rosse ed una ringhiera di corde, attaccate a pali confissi negli anelli della lettiera ruvida, fasciata di ferro tutt’intorno.
Tre grandi cavalli rossigni, due da tiro ai lati delle stanghe, schiene e groppe piane lucide, l’altro al timone, tra le stanghe alto, con l’osso del collo e la schiena stagliata come cresta di olivo.
Uomini, donne e ragazzi arrivavano affannati, con sacchetti gonfi ed involti, che gettavano a terra davanti a la taverna.
Venivano dalle tre strade principali e dai vicoli del Cupone a raggrupparsi attorno ai traino.
Il corno strombazzava alto per la Terrazza; mio nonno disse al carrettiere che lungo lungo, col nasone ad uncino e la bocca larga tra le basette nere, tentennava il capo e faceva gesti di impazienza: ” Tre carri ci vorrebbero per trasportarli tutti! “.
“E ne vengono ancora! Che il diavolo gli mozzi li fiato!
Sarebbe ora di finirla con quel corno maledetto! ” Si avvicinò, borbottoni, al traino, guardò preoccupato la folla che cresceva, mise un piede nella staffa, attaccata alla stanga sinistra e salì a cassetta. Di là, piantato negli stivaloni che gli arrivavano a mezza coscia, disse ad alta voce : ” Non più di settanta ne posso portare; mettetevi in fila “.
Successe un parapiglia spettacoloso; la folla elettrizzata si muoveva senza far capo ad una fila. Uomini, donne e ragazzi giravano attorno all’impazzata, con sacchetti ed involti, spingendosi ed urtandosi violentemente, vociando, smozzicando parole e bestemmie, finchè la fila fece capo alla staffa ed il carnettiere tirò su la prima donna. Fortunato chi si trovò vicino e potè svincolarsi ed allungare un piede alla staffa! Si battevano per rimanere in fila. Spintoni qua, calci là, e mio nonno accorreva a far da paciere; un gigante che separava i contendenti e li immobilizzava con le braccia lunghe e forti come stanghe.
” Piano che vi fate male! Non vi affannate! Chi non parte oggi partirà domani. Stasera arriverà un altro traino. Plinio, che fai là “. Stese due passi, mi afferrò la mano che lisciava la gamba del cavallo a destra del timone e mi tirò presso la soglia della taverna. “Tu qua! come? tra gente sfuriata, con la mano alla gamba del cavallo che, se alzava una zampa ti metteva sotto!
Torna a casa. Perché sei venuto? “.
” Per vedere i cavalli. Lasciatemi stare; voglio vederli tirare “.
” Sì, ma non ti muovere di qua. E buono che tu veda e ricordi, con i cavalli, la gente che si batte per scappare dalla fame “.
Corse di nuovo tra la folla a dividere due giovinastri che se le davano col sacchetto alle gambe, allo stomaco ed anche alla faccia. Li immobilizzò, tenendoli pel collo con le grosse mani, parlando dolce: ” Figliuoli, pace; vi trovo io il posto ” e li incastrò separatamente nella fila, senza che alcuno ardisse protestare.
Settanta ne salirono: uomini donne giovanotti con sacche ed involti, in piedi sulla lettiera del traino, un gran fascio di corpi umani legati con corde doppie.Ed ecco il giovine col corno e l’ultimo strombazzo!
Il carrettiere rise e gridò: “Fa subito a salire, stupido che sei, o ti lascio qui a strombettare! “.
Quelli sul traino risero tutti. Il giovane, arrossendo, si ficcò tra i cavalli ,montò sulle stanghe e rimase in piedi a cassetta col carrettiere.
” Largo! largo! ” La folla si scostava lentamente ed il carnettiere con le redini in mano aspettava. Mio nonno di nuovo si mise a lavorar di braccia, spingendo dolcemente e confortando con buone parole i delusi rimasti a sospirare ed anche a piangere tra i parenti che li avevano accompagnati.
Il carrettiere scosse le redini sulle groppe dei cavalli, li fece girare lentamente e poi via, di corsa. I settanta sul traino, tra addii ed alzate di mano, intonarono una canzone.

< Fanciullezza a Montefumo cap 32>

CICERO E MIA MADRE

Era maggio; giocondo e felice, avevo lasciato Montefumo all’alba. L’aurora mi aveva sorpreso per via, tutta luce di sorrisi nell’aria profumata e sulle siepi lietifìcate dal canto d’uccelli nascosti e palesi, su ramette di spino, sui bianchii grappoli dei rovi e i cespi vermigli delle rose canine.
Prima che il sole facesse capolino al monte e stendesse il suo velo dorato sui grani, vigneti e frutteti dell’Avella, io mi affrettavo ad annaffiare i vivai presso il muro della masseria, con acqua attinta alla pozza del canale che tagliava il fianco sinistro del podere.
Piante di pomidoro, alte un piede con le teste intrecciate fra di loro, una col bottone, un’altra col fiorellino giallo; piante di peperoni, salde e diritte sugli steli come soldatini all’attenti; brassiche verzicanti di varie specie, innaffiavo e spulciavo, estirpando fili e ciuffetti di erbe estranee; ed esse mi comunicavano un senso di piacere simile a quello che provavo carezzando il mio fratellino, quando sgambettava e gorgogliava nella cullo.
Le gemme od i rubini sulle foglie degli alberi, sui pampini e l’erbe svaporavano; gli uccelli, cessato il canto e lo svolazzo, era no spariti ed ecco Cicero sulla pietra più alta del mucchio al limite del podere: Ci-ri-ci! Ci-ciri! Ci-ci-ri!
Era un uccellino grigio-scuro, più piccolo di un merlo che,assettato sulla pietra, s’appallottolava con l’ali strette attorno, sfoderava il capo e, col beccuccio all’aria, chiamava: Ci-ci-ri! Ci-ri-ri Ci-ci-ri! a tre o quattro riprese. Poi, scioglieva le ali, le stirava e via; saltava a volo su di un alto mucchio di pietre a ripetere il suo verso, finché, di salto in salto si perdeva col suo richiamo in lontananza.
Cicero non era un assiduo, mancava da parecchi giorni compariva di tanto in tanto, sempre solo, quando gli altri uccelli si erano ritirati.
Si presentò la prima volta in un giorno asciutto d’inverno a rompere il silenzio rigido e nudo delle siepi – Ci-ci-ri!
Era solo a sognare, oziando attorno al podere, quando io sentii, ripetere per tre volte il suo Ci-ci-ri! e mi parve sentire una nota del mio destino Ci-ci-ri! Un uccello nuovo per me che sapevo classificare tutti gli altri. Ciciri! Gli risi in faccia dalla porta della masseria, mentre si accingeva al salto volante, e lo chiamai Cicero! Cicero!
Alle tre dopo mezzogiorno posai la zappa e mi raddrizzai a stiracchiare schiena e braccia. Avevo preparato tre pezze per la piantagione, non ero stanco, ma avevo sete. Andai a bere al canale col muso al fiotto che balzava da una pietra incastrata nel rivo; mangiai in fretta due fette di pane e cacio vicino alla masseria. Mangiavo in piedi e spaziavo con l’occhio pel cielo sulla valle del Cervaro, dove si addensavano cumuli di nuvole bianche, immensi fiocchi e volute che si accavallavano, si fondevano e si allargavano ad occupare tutto l’arco del cielo boreale.
“Pioverà? ” Sentivo la pioggia nel sangue e mi esilaravo, pensando alle piante messe in fila, innaffiate dall’acqua sciolta da quelle nuvole, non da quella che avrei dovuto attingere e trasportare con fatica dalla pozza del canale.
Mi affrettai; tre manate di brassiche, solco a solco, un piede e mezzo l’una distante dall’altra: poi le piante dei peperoni alla stessa distanza; quindi, con più accortezza attaccai le piante dei pomidori. Su Greci scoppiò il primo tuono che andò rotolando per l’ammasso di nuvole già infoschite. A Montefumo c’era ancora il sole, ma sopra la gola del Cervaro pioveva.
Non guardai più; buco e pianta, buco e pianta; ognuna un metro distante dall’altra. Una, due, tre, trenta… Lampi e strepiti sul capo. Quaranta..scoppi, rimbombi e velo scuro attorno, con le prime fredde gocce sul sudore della schiena. Buco e pianta; .sessanta… pioggia scrosciante; ottanta… novanta… cento, tutto acqua, dai capelli alle scarpe piene, col piolo in mano corsia ripararmi alla masseria.
Sulla soglia mia madre: “Figlio, figlio mio!” piangeva
Me la tirai dentro per mano e, spaventato: “Mamma, cos’é
stato? Perché sei venuta? Che cosa è successo? “.
” Niente, figlio, niente. Piango perché ho chiamato e tu sordo, sordo, sotto lampi tuoni e diluvio; oh, come sei inzuppato! “.
” Sì, ma ho finito di piantare le tre pezze “.
” Ah figlio mio! ” e mi aiutava a tirarmi d’addosso i panni inzuppati, le scarpe, le calze, la camicia. Accese il fuoco, mi riscaldò la camicia pulita che mi ero tolta prima di cominciare il lavoro, infilai i calzoni e sedetti sul trespolo, appoggiato alla porta.
Faceva caldo; la pioggia era cessata; una striscia di sole accendeva le stille tremanti sui pampini del pergolato; due passerotti scesero a beccare fili d’erba davanti alla porta. Mia madre che aveva esposto panni e scarpe fumiganti al fuoco, venne e mi posò la mano sui capelli ancora bagnati.
Le sorrisi, senza parlare; il suo caro volto s’illuminò e due gocce di pianto, tremanti sul labbro, caddero a terra.
“Che hai, mamma? Perché sei venuta? ” II mulo, legato alla mangiatoia coperta di paglia, in capo al pergolato, scalpitava.
” Sono venuta, non so, soffrivo pensando a tè solo in questa valle “.
” Solo! ” In quel punto, la vecchia pinzochera, nel podere poco lontano, intonò la sua canzone prediletta :
“Chiamando Maria , mi sento nel petto destarsi la gioia “.
Risi. “Non ridere; quella è una santa”. Tacque, agitata, poi, con evidente sforzo: ” Son venuta per dirti il mio sogno “.
“Che sogno? ” Invece di ridere mi sentii subito oppresso
” Ascolta figlio mio! non è la prima volta che sogno di te.
Sognavo di te quando ti portavo nel mio seno, quando ti nutrivo e ti cullavo. Ti sognavo e t’ho sognato, non acqua e fango, ma bello, in alto, in cotta e stola su l’altare “.
Le strane parole mi facevano male, mi pesavano sulla testa come se ad ogni frase un macigno si .posasse sulla mano, che la mamma manteneva tesa sui miei capelli. Mi alzai dal trespolo per liberarmi da quella mano; forzai dolcemente la mamma a sedere.
Sedette rigida e seria, con le labbra tremanti, come se mossa da un malore interno. – Malata! – Un tonfo al cuore; mi calai a terra, appoggiando la testa ai suoi ginocchi. “Che cos’é, mamma?” Le presi la mano e la baciai.
” Soffro a vederti così attaccato alla terra; io ho sempre sognato e sperato che il tuo destino fosse tutt’altro, alto per la tua gloria e la nostra redenzione “. Posò di nuovo la mano sui miei capelli e ricominciò a dire, come se ripetesse una lezione imparata a memoria:
“II fratello del mio prononno era sacerdote; il fratello di mio nonno era sacerdote; il cugino di mia madre é prete; il fratello di mio padre era prete; mio fratello in America é prete: una fila ininterrotta di quattro generazioni. Non so di altri, prima; so che ognuno è stato la colonna sulla quale poggiava l’agiatezza ed il prestigio della famiglia. E’ l’ora nostra; l’eletto sei tu, figlio mio”.
Capivo e non capivo; mi sentivo a disagio seduto in terra e feci per alzarmi. Mi trattenne con la mano e seguitò. ” Tra i nostri antenati ci furono medici, farmacisti, notai, ci furono ricchi pastori ed agricoltori, ma il ramo della famiglia che eccelse fu sempre quello sostenuto e benedetto dal sacerdote. Così di tutte le famiglie ricche e benestanti a Montefumo; il prete diede sempre lustro e sostanza al casato. Dove mancò il prete ci fu decadenza, miseria e disonore. E’ l’ora nostra “. E andando verso il sole al tramonto, proclamò: ” L’eletto sei tu, figlio mio!

< Fanciullezza a Montefumo cap 33>

LE API E ROSANNA

” L’eletto sei tu! ” fatidicamente oscuro, mi aveva sconcertato come una minaccia. Non era scherzo d’esaltazione isterica; mia madre aveva comunicato l’incanto del suo sogno a tutto il podere.
All’indomani, in ogni cosa che toccavo ramo pianta erba fiore sentivo una nota strana del materno spiro E’ l’ora nostra! Non ne soffrivo; ero sbaldanzito ed impacciato come un interdetto. Avrei dovuto cominciare a raddrizzare le piante maltrattate dalla pioggia, pulire ed inzolfare le viti attorno alla masseria, calzare le piante di granturco affacciate già ai solchi, ma non ero più io. Svogliato e stanco, stesi un sacco nel grano verde ed umido, presso la siepe, e mi allungai sopra, supino, con le mani intrecciate dietro la nuca, la faccia ombreggiata da un braccio frondoso del frassino, e tutto il resto al sole. Chiusi gli occhi per dormire. Niente. Li riapersi all’azzurro profondo del cielo e, guardando in alto, l’immenso vuoto mi assorbì e fui tutt’uno con cielo terra alberi e grano in crescenza nel silenzio antimeridiano.
Un ronzio crescente di api scapricciate mi sciolse dal pacifico oblio e mi fece saltare in piedi vivo ed attivo. Era uno sciame dell’arnie del podere vicino: onde ed onde di api dorate sormontavano la siepe, si mischiavano, accavallandosi, pazze di gioia per tutto il podere. Nessuno vicino all’arnie! Peccato se lo sciame se ne va! Corsi al confine e chiamai: ” Bernardo! Bernardo! ” La porta della casetta era chiusa; non una voce in tutta la valle Chiamai di nuovo: ” Bernardo! Rosana! “.
Rosana era la figlia di Bernardo, buon vicino, soleva dire mio padre, se non avesse il vizio di spostare le pietre del confine.
Ma Rosana era buona davvero : solida anca e petto, faccia piena e rubiconda, capelli neri ed occhi dolci, carezzasi , senza il minimo gesto di malizia. C’incontravamo spesso per via ed al confine dei poderi : il nostro da quella parte quasi nudo; il loro tutto meli peri ciliegi ulivi. Con i saluti ci eravamo scambiati dei doni: essa mi aveva dato delle pere squisite; io qualche melone e dell’uva primaticcia, seriamente cortesi, senza parlar troppo, in pura amicizia.
” Rosana!” Che direbbe Rosana se le facessi trovare tutto lo sciame stretto a grappolo, appeso ad un ramo d’albero, presso la siepe! Sul muricciuolo all’angolo del confine c’era una vecchia stagnarola arrugginita; la presi e mi diedi a batterla conuno stecco, andando su e giù lungo la siepe. Di tanto in tanto, mi piegavo a prendere un pugno di terriglia e lo gettavo all’aria. Le api giuocavano per l’aria, qua e là, su e giù, ad ondate, ed io a sbattere la stagnarola e a far rumore. Sole pesante, senza vento: ero quasi stanco del giuoco, stavo per gettare la stagnarola al muricciuolo. Un fitto stuolo d’api mi passa davanti agli occhi e va ad investire il braccio del frassino che mi aveva ombreggiato. Ricominciai a battere la stagnarola, mi accostai all’albero e vidi un grappoletto bruno dorato come una mela fracida e centinaia d’api che ronzavano d’attorno e vi si attaccavano, l’una sull’altra. Il grappolo cresceva a poco a poco e il brulichio delle api mi faceva piacere e ribrezzo. Pensavo a Rosana, notando lo svolazzo delle api capricciose ritardatarie che, girando attorno, s’attaccavano e si distaccavano di nuovo, gironzando, scappando in furia, tornando in fretta. ” Rosana! ” e diedi forte l’ultimo colpo alla stagnarola.
Mi sentì di lontano, dalla via comune: “Uh! Uh! ” prese il viottolo che dava nei nostri poderi e, saltelloni, col lembo della veste in una mano, venne diritta a me. Aveva capito; guardò il grappolo delle api e, frenetica, mi gettò le braccia al collo e con un tubare strano in gola – um! um! – mi baciò l’una e l’altra guancia. Si staccò, rise e, senza dar tempo a riavermi dall’ assalto
” Vieni ho il barile pronto, bisogna cogliere quel grappolo e metterlo al sicuro; devi aiutarmi; presto! un colpo di vento, una ala d’uccello e si sbanderebbero chi sa dove”. Saltò il muricciuolo ed io dietro di lei. Presso l’alveare tirò fuori tre barili di sotto ad un cumulo di paglia, li annusò e scelse quello che puzzava più forte d’aceto, menta e sterco di cavallo, e di volo al frassino.
Io avevo visto mio zio catturare le api in cassette e barili, staccando con le mani nude i grappoli bruno dorati brulicanti come vermi, e ne avevo avuto ribrezzo. M’ero già indurito dentro aspettando che Rosana mi chiedesse di catturare quel grappolo, ma essa volle che io tenessi fermo il barile, e da se, delicatamente, con le mani inguantate col grembiale, staccò il grappolo, lo posò nel barile, che chiuse con un pezzetto di tela. “E fatto- bada di non scuoterlo! e tornammo all’alveare, dove essa se lo prese e l’adagiò su d’una gran lastra di pietra, coprendolo di fieno. ” Ah, che fortuna ! come ringraziarti? ” E mi getto di nuovo le braccia al collo, tubando come colomba.
Fastidio e freddo, le sorrisi e mi volsi per andarmene. E Rosana ” Che sonno tranquillo dormirò stanotte, sola sola. Plinio, tu torni al monte o ti stai?” . La prima volta, le parole di una ragazza mi davano un tonfo al capo ed una contrazione al cuore.
Feci spallucce: “Non so”. Mi veniva meno il fiato. E Rosana: ” Se resti, fatti vedere prima di prender sonno; una chiacchieratina “.
La lasciai senza rispondere, con brividi strani per tutta lapelle e, poi, un bruciore violento, come se Rosana mi avesse gettato addosso un veleno più forte della terzana.
Era mezzogiorno quando entrai nell’orto. Le piante qua storte, là incollate a terra, quando le liberavo, le pulivo e calzavo, giubilavano nel sole. L’incanto era rotto, ma, Rosana, Rosana che buona figliuola!
Poche sere avanti, Vito, il figlio del capraio accosto al torrente che spesso saliva al mio podere per ritornare con me al monte, mi aveva confessato che egli era già uomo. Anche la mia pubertà era cominciata.
Rosana voleva fare della chiacchiera, prima di prender sonno!
Di che vuol parlare? La sapevo devota, sempre con Gesù e Maria in bocca. Mi parlerà di angeli e diavoli e della Madonna del Bosco. Come si sta da solo a solo con una ragazza? Rosana aveva forse quindici anni; io tredici. Cala il sole; scende la notte, ed io nella vigna come un ubriaco, non mi accorgevo neanche del cielo chiuso, che si preparava a sciogliersi in pioggia Entrai nella masseria, mangiai due fette di pane e mi stesi su sacco. Rosana aveva detto: ” Vieni prima di prender sonno. ” Che sonno! Avrei dovuto tornare a casa; non ho detto nulla alla mamma che mi aspetta. Chi sa che pensa? Ho fatto male a restare; ora è tardi; balena, tuona, pioverà, piove! Che dirà Rosana se non vado? Che direbbe suo padre! E mia madre se sapesse che io ho passato la notte con Rosana! Buona Rosana! Mi aspetta; ma che diremo? Ora dorme già; perché svegliarla? Piove forte, lampeggia, tuona; non dorme, forse teme, trema
Buum! scoppiò un tuono assordante che fece tremare la masseria. Rosana sola! Conscio di aver trovato il motivo per muovermi mi alzai e, al lume dei lampeggiamenti, tirai diritto alla casetta.
Bussai. ” Chi è? ” ” Plinio”. Venne ad aprire con attorno alle gambe ed alla pancia, la camicia aperta a lagola che mostrava la valletta bianca tra le protuberanze del petto.
“Oh, sei venuto!” e si sedette sul giaciglio a terra in mezzo alla casetta.
Al lume di una piccola candela accesa davanti ad una stampa della Madonna fece posto a sinistra e mi invitò a stendermi accanto a lei. Rimasi in ginocchio, indeciso, pensando alla fiaba di mio zio, dove il cavaliere senza macchia, costretto a dormire con la bella delle belle, aveva posto la spada in mezzo per non toccarla. Esitato; scoppio un altro tuono più terrificante che mai. Rosana sobbalza, invocando Santa Barbara, si avvince a me e mi stende accanto a sè, chiamando Gesù, Maria, tutti i santi che sapeva e poi attaccò il rosario, un mormorio dolce, una cantilenale che si accordava con la pioggia e che mi conciliò il sonno.
Dormii fino all’alba. Quando apersi gli occhi, vergogna e stupore mi affrettarono a staccarmi da quella vergine senza malizia. Ebbi l’impulso di baciarla come cosa santa; mi trattenni per non destarla. No; no! Era così bella, in quel lucido pallore diffuso dal sonno sulla faccia, sul collo, sul seno.
Fuggii con un tremito pauroso” come se avessi tradito un segreto proibito.

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