Dio Pan – Storia del flauto de Pan – paese di “Panni (FG)”

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Il nome Panni del nostro bellissimo paese è sicuramente legato alla leggenda del Dio Pan.
Qui di seguito la storia del Dio Pan tratto dalle edizioni Edessae di nuovo cafè letterario con musica di sottofondo suonata appunto con il Flauto De Pan di Gheorghe Zamfir

Non vi siete mai trovati in campagna, sulla cima di un monte, in una vasta pianura o al margine di un bosco, nell’ora del mezzogiorno ?

E’ un’ora solenne, silenziosa, che pare abbia in se’ qualche cosa di misterioso e di terribile. Non si sa perche’, ma a considerarla bene, mette dentro una specie di inquietudine, quasi un senso inesplicabile di angoscia.
Il sole dal centro del cielo folgora la terra, che giace come oppressa dalla forza e dalla vastita’ della luce, le campagne coperte di stoppie e di lentischi fumano come un gigantesco incensiere, l’orizzonte lontano si vela di una caligine opalina, i monti si profilano nell’azzurro immenso simili ad anacoreti inginocchiatoi a pregare davanti alle porte del cielo, le foreste sembrano macchie di colore, gli alberi e gli arbusti non muovono fronda.
Gli uccelli cessano il loro canto, le serpi si nascondono nelle siepi, gli armenti ruminano nell’ombra, e perfino gli insetti sembra si zittiscano tra loro coi loro sibili sommessi. I comignoli dei casolari non mandano piu’ fumo, le acque scorrono tacite nei larghi greti dei fiumi, le vie sono solitarie. Qualche volta sul loro nastro polveroso si levano dei mulinelli improvvisi che dileguano nell’aria immota, come se un essere misterioso si fosse mosso in un bizzarro vortice di danza. In quell’ora pare che da un momento all’altro una voce minacciosa si debba levare dal silenzio delle rupi e dalle foreste.
Gli antichi, che sentivano il mistero della natura piu’ di noi, conoscevano il senso di quest’ora solenne e la chiamavano l’ora di Pan. Pan era il dio dei culmini montani, delle solitudini terrestri. Egli viveva su gli alti gioghi dei monti dell’Arcadia, nascosto a tutti e dovunque presente. Non si faceva vedere perche’ era molto brutto e la sua vista metteva orrore non solo agli uomini, ma anche agli animali e alle piante. La sua enorme testa ricciuta era adornata da due robustissime corna tortili come quelle dei montoni, le sue orecchie erano aguzze, il suo naso rincagnato aveva narici aperte avide e palpitanti. La sua larga bocca si apriva in un riso squillante, che faceva rintronare le foreste, ed aveva un’espressione beffarda.
Sul mento portava una barbetta anch’essa riccioluta e coperta di bruscoli, il suo petto largo e villoso aveva il colore del rame. Ma quelle che lo rendevano piu’ strano e piu’ orrendo erano le gambe. Dalla cintola in giu’ Pan aveva la forma di un caprone, era ricoperto di un pelo lungo e fulvo e i suoi piedi esili e piccoli finivano in due zoccoli fessi come quelli delle capre.
Su quei piedi leggeri Pan correva sulle rocce, balzava sui precipizi, entrava nelle foreste senza far rumore, appariva improvvisamente nei boschi, mettendo in fuga le ninfe che danzavano sotto gli alberi; e le ninfe avevano di lui un sacro terrore perche’ Pan era un dio beffardo e bizzarro.
Quando riusciva ad afferrare una di quelle fanciulle, chiamava dalle macchie intorno uno stuolo di egipani, i piccoli fauni che lo seguivano nelle sue corse meridiane; faceva legare la ninfa al tronco di un albero con i tralci dell’edera e poi tutti insieme si mettevano a farle intorno una sarabanda infernale, ridendo, danzando e punzecchiandola fino al tramonto.
Percio’ le ninfe temevano e fuggivano Pan e quando udivano stormire le frasche o squillare il suo cachinno in mezzo alle rupi, si nascondevano nelle scorze degli alberi o si attuffavano nelle acque dei laghi e dei fiumi. Ma il dio Pan era molto triste perche’ era sempre solo. Data la sua orrenda bruttezza, nessuna ninfa aveva mai voluto sposarlo ed egli viveva sulle cime dei monti con le aquile, le serpi e gli animali selvatici. La sua unica compagna era la musica. Quando il sole era alto nel cielo Pan strappava a un pino due ramoscelli, si foggiava con quelli una corona che intrecciava tra le corna e le orecchie, poi pigliava un filo di erba, un fusillo, se lo portava alla bocca e sofiandovi sopra emetteva un suono dolcissimo, che si spandeva per la montagna come una musica della terra.
Ma quella eterna solitudine pesava a Pan ed egli si cercava una sposa fra le ninfe che popolavano i boschi, i fiumi e le fontane. Un giorno, mentre si trovava a passare nell’ora meridiana vicino al fiume Landone, scorse seduta sul margine una fanciulla che era la piu’ bella fra quante avesse mai visto in quei paraggi. Era delicata ed esile come un virgulto, il suo viso era bianco come la spuma, una bella chioma di un denso azzurro le copriva le spalle e i suoi occhi erano come i fiordalisi nel grano.
Si chiamava Siringa ed era una figlia del fiume Landone. Come la vide il divino cuore di Pan si mise a palpitare e dalla bocca per la gioia gli usci’ uno di quei suoi cachinni lunghi e squillanti, che facevano risuonare il cielo e tremare le piante. La ninfa l’udi’ e piena di spavento si tuffo’ nelle qcque sparendo in un vortice di spuma. Con gli occhi ancora pieni della sua bella imagine Pan corse lungo l’argine fino al luogo dove quella si era attuffata, la cerco’, la chiamo’ ad alta voce, si mise a fischiare con un filo d’erba una musica soave, ma le acque del fiume continuarono a scorrere e a mormorare silenziose e la bella Siringa non apparve piu’.
Da quel giorno Pan non pote’ piu’ dimenticare la ninfa e non penso’ ad altro che al modo di sorprenderla quando quella usciva nel mezzogiorno a danzare con le sue sorelle nel bosco vicino. Dall’alto della montagna, dove aveva la sua dimora, Pan spiava la riva del Landone in attesa di vederla. E un giorno difatti la vide. Era l’ora meridiana. Intorno era un grande silenzio, tutto pareva assorto e assopito nell’afa sonnolenta. La ninfa emerse dalle acque, bianca come un fiore di ninfea, si asciugo’ gli azzurri capelli e balzo’ sulla riva, spiando la campagna. Tutto taceva a perdita di occhio e dalla montagna lontana scendeva una musica che Siringa credette la voce di Pan.
Il dio era dunque lontano, ella poteva correre nel bosco e danzare sotto gli alberi con le sue sorelle. S’incammino’ di fatti, passando coi piedi leggeri sulle erbe fiorite e gia’ entrava tra gli alberi del bosco, quando un fruscio appena percettibile la fece trasalire. Si volse ed emise un grido acutissimo: Pan l’aveva vista dalle alte cime e rapido come un astore era disceso per incontrarla.
Folle di terrore la ninfa si mise a correre verso il fiume, ma Pan la rincorse, la raggiunse e l’afferro’ per il cinto proprio mentre quella aveva gia’ immerso uno dei suoi bianchi piedini nelle acque. Allora la ninfa in preda al terrore chiamo’ ad alta voce il fiume che riposava in una grotta vicino alla sorgente. – Padre mio, Landone, aiutami !-
Il vecchio fiume emerse con la gran testa stillante fuori dalle acque, e levo’ nella calura la sua voce potente. In un attimo i piedi della ninfa si abbarbicarono alla sponda con forti radici nodose, il suo cinto si assottiglio’ in un fusto sottile e flessibile, le braccia che annaspavano nel vento si convertirono in foglie lunghe e fruscianti e la testa e la chioma si cangiarono in un lungo fiore biancastro a forma di bandiera.
La bella Siringa si era trasformata in un ciuffo di canne. Deluso, il divino Pan si sedette sull’argine gemendo. Nulla egli poteva contro il comando del dio fluviale. Per un pezzo rimase a lamentarsi al margine della corrente che mormorava minacciosa. Non sapeva distaccarsi dalla ninfa diletta. Poi improvvisamente si mise a danzare come un folle, inebriato da un’amorosa idea.
La ninfa bellissima gli sarebbe stata compagna egualmente nella sua solitudine. Prese un coltello che portava attaccato alla cintola, taglio’ un paio di quelle canne, le divise in tanti pezzi di altezza degradante, le uni’ con fibre di lino spalmate di cera ancora tutta intrisa di miele, e si fabbrico’ un flauto a sette fori. Foggiato lo strumento melodioso, se lo porto’ alla bocca e si mise a soffiarvi dentro tutta la passione del suo cupre. Una indicibile armonia si sprigiono’ da quei sette fori e parve che tutta la terra e l’aria cantassero con lui. Ogni foro rendeva una nota diversa, che il dio modulava in modo perfetto, e in quella musica si sentiva il canto degli uccelli, il mormorio delle acque, il frusciare delle fronde, il sapore del miele e il profumo dei fiori.
E fu cosi’ che nacquero le sette note e il flauto di Pan che suona la musica di sottofondo abbinata a questo articolo.

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